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Ne Il Sole 24 Ore (11 ott. 2020)

Nel quotidiano Il Sole 24 Ore (rubrica Nòva), un editoriale di Luca De Biase presenta il mio libro Schiavi del Clic e lo situa all’interno del dibattito sull’evoluzione della natura del lavoro, secondo gli standard proposti dall’ILO.

Il lavoro cambia e il lavoro digitale ancora di più

In anni di studi e discussioni, l’International Labour Organization (Ilo) ha innovato radicalmente il concetto di “lavoro”. E poiché l’Ilo contribuisce significativamente alle definizioni standard per le statistiche sul lavoro, le sue indicazioni hanno un importantissimo valore intellettuale ma anche organizzativo e politico. Ebbene, il lavoro non è più soltanto l’insieme delle attività per le quali si riceve un pagamento. E non è neppure il sonno e ciò che fisiologicamente si fa per il proprio corpo. In pratica, è lavoro ciò che produce beni, servizi e valore per sé e per gli altri, comprese le attività svolte per la famiglia, lo studio, il volontariato e ogni servizio dedicato alla convivenza civile. Il concetto di lavoro si innova nel quadro della trasformazione dell’idea di economia che, ormai, non si concentra più solo su ciò che si scambia sul mercato e ha un prezzo, ma accoglie tutto ciò che ha un valore. L’esperienza degli economisti della felicità, compreso il premio Nobel Daniel Kahneman, non è passata invano. Il valore sociale, culturale, ambientale delle azioni che gli umani svolgono senza un pagamento e senza che quel valore abbia un prezzo, influenza la storia in modo spesso più profondo di quanto succede con molti scambi monetari.

Certo, tutto questo non è ancora entrato nel senso comune. La forza ideologica dell’economia otto-novecentesca è ancora potente. Una dimostrazione del ritardo del senso comune sulla realtà economica si trova nell’interpretazione di alcuni comportamenti che si sviluppano sulle piattaforme digitali. Uno dei punti centrali del contributo di Antonio Casilli all’analisi del lavoro è proprio la sua convincente critica della gratuità delle attività che le persone svolgono su molti social network. Sociologo, ricercatore alla parigina École des hautes études en sciences sociales, Casilli è autore di “Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?” (Feltrinelli 2020). In base alla definizione dell’Ilo, quello che gli “utenti” fanno sui social network è ovviamente lavoro non pagato, che genera ricchezza per le piattaforme. Casilli mostra come quel lavoro sia tutt’altro che volontario e descrive con attenzione l’ambiguità, se non la banalità, delle interpretazioni che lo presentano come un tipo di lavoro che le persone svolgono liberamente. In effetti, le costrizioni sociali e le ideologie dominanti hanno un’influenza decisiva nelle scelte delle persone: queste possono anche ritenere conveniente la loro dedizione gratuita ai social network in cambio di un servizio solo apparentemente gratuito e, invece, pagato con l’attenzione rivolta alla pubblicità. Nell’ampiezza dell’argomentazione di Casilli occorre qui sottolineare il conseguente rovesciamento del rapporto tra macchine e umani. Non sono le macchine che lavorano al servizio – e talvolta al posto – degli umani, in questo caso: sono gli umani che lavorano al servizio – e talvolta al posto – delle macchine che generano fatturato per i giganti dei media sociali. La conflittualità emergente tra gli stati e le grandi compagnie che possiedono le piattaforme sulle quali si svolgono questi fenomeni è probabilmente soltanto il preludio di una conflittualità più profonda, sul valore del lavoro offerto dagli utenti. La soluzione non è in vista. Ma il problema sì.

Articolo pubblicato su Nòva l’11 ottobre 2020

Intervista ne Il Giorno (1 ott. 2020)

Dati e intelligenze artificiali, siamo tutti schiavi dei colossi di internet

Non solo fattorini di cibo e pacchi: i cittadini vengono sfruttati dalle grandi piattaforme

di ELVIRA CARELLA

Ragazza al computer (foto repertorio)
Ragazza al computer (foto repertorio)

Milano, 1 ottobre 2020 –  «La rivoluzione digitale è il continuum di quella industriale, in cui iniziò la grande tendenza verso la divisione del lavoro e la forte opposizione tra logiche di capitale e quelle di profitto. Nel digitale, pertanto, ritroviamo gli stessi elementi, aggiunti o spinti all’estremo”. A parlare è il professore dell’Università Télécom Paris, il sociologo Antonio Casilli, autore di “Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo” (Feltrinelli). Egli sostiene che la divisione del lavoro diventa la sua parcellizzazione. Basta poco per eseguire un’operazione, che spesso le piattaforme propongono di pagare a cottimo. “La più piccola è il clic, che realizziamo, selezionando un contenuto, lasciando un commento, un like…”.

Siamo tutti schiavi del clic?
“Tutti ci troviamo su Internet e produciamo valore per grandi piattaforme, sotto forma di dati fonte di profitti attraverso la pubblicità, ma anche tramite l’uso che le grandi piattaforme ne fanno, per preparare e calibrare intelligenze artificiali”.

Cosa sono?
“Non sono fatte solo di robot antropomorfi o braccia meccaniche applicate nel contesto industriale. Sono una forma di modelli matematici, che prevedono o anticipano eventi o decisioni. Software basati sul “digital labor” dell’utente, che con un input li addestra e fornisce le risposte più pertinenti”.

Sfata la profezia che gli uomini vengano sostituiti da robot
“Dietro ai robot si nasconde il lavoro umano, reso invisibile da attori industriali e da decisioni di natura politica. Le operazioni sono svolte da persone, che a volte non vediamo, perché non presenti nella comunicazione delle aziende, o sono in strutture offshore, che creano dati e valore per le piattaforme, che servono a produrre i robot”.
E gli operai del web?
“Spesso definiti micro lavoratori, vivono, in condizioni molto precarie, per metà nei Paesi del Nord del mondo e metà in quelli del Sud. Quindi, siamo di fronte a fratture e disuguaglianze, che ripropongono antiche logiche, anche di natura coloniale”.
Possiamo parlare di evasioni milionarie dei colossi web?
“Di infrazioni milionarie delle regole di difesa del lavoro. Se Google, Uber, Amazon inquadrassero i cottimisti in base alla legge, dovrebbero pagare un conto molto salato. Rifiutano di farlo, malgrado sentenze che ingiungono di remunerare i lavoratori secondo il giusto valore”.

Nuova coscienza di classe?
“È più una speranza. Ci sono forme di organizzazioni spontanee dei lavoratori delle piattaforme e dei sindacati tradizionali. Nel 2017 la Cgil ha adottato una dottrina, la contrattazione dell’algoritmo: abbiamo il diritto di vedere il funzionamento delle intelligenze artificiali. Ciò si trasforma in azioni di lotta e creazione della coscienza di classe degli operai attraverso piattaforme alternative non-profit”.

Per Marx il lavoro industriale portava all’alienazione. Quello digitale?
“È molto più ambiguo. Facebook e Instagram aiutano a mantenere rapporti con la comunità, a disalienarsi in un certo senso, ma ci espongono a forme di sfruttamento. Per mitigare l’alienazione le piattaforme ci propongono il lavoro del clic, senza pagarlo o pagandolo poco. Stiamo ribaltando la logica dell’epoca di Marx, in cui c’era molta più alienazione e uno sfruttamento meno efficace dell’attuale, che produce in Borsa valorizzazioni stratosferiche”.