automazione

Intervista ne Il Manifesto (27 febbraio 2019)

Nel quotidiano Il Manifesto, una intervista con il giornalista e filosofo Roberto Ciccarelli.

Antonio Casilli: «Gli operai del clic sono il cuore dell’automazione»


Antonio Casilli, docente all’università Telecom ParisTech, lei ha appena pubblicato in Francia En attendant les robots (Seuil), un’inchiesta sul lavoro digitale. The Cleaners, un documentario Hans Block e Moritz Riesewieck diffuso sulla rete Tv Arte, ha rivelato l’esistenza di migliaia di lavoratori del clic nelle Filippine che lavorano per le piattaforme digitali. Chi sono queste persone?
Sono lavoratori occupati nel settore del commercial content moderation, la moderazione dei contenuti commerciali. Sono gli operai del clic che rileggono e filtrano commenti sulle piattaforme digitali. Il loro lavoro è classificare l’informazione e aiutare gli algoritmi ad apprendere. Insieme svolgono il machine learning, ovvero l’apprendimento automatico, a partire da masse di dati e di informazioni. La moderazione è uno degli aspetti di un’operazione fondamentale che crea il valore. Il lavoro digitale è l’ingrediente segreto dell’automazione attuale.

Abbiamo conosciuto una parte di questa divisione del lavoro mondiale: l’attività estrattiva di Coltan in Congo, l’assemblaggio di componenti elettrici ed elettronici nelle fabbriche Foxxconn. Oggi si parla delle fabbriche del clic. Che cosa sono?
Esistono diversi modelli di click farms, fabbriche del clic. In certi casi sono divisioni di grandi gruppi industriali digitali americani come Google, Facebook o Amazon, a quelli cinesi o russi. Trattano i dati e spesso le loro attività sono coperte dal segreto industriale. Un altro tipo di fabbrica del clic la troviamo nelle reti globali degli appalti e dei subappalti dove la produzione di dati è esternalizzata verso altre aziende che sono, a loro volta, piattaforme digitali.

Come operano questi lavoratori?
Si connettono alle piattaforme da casa loro, entrano così a fare parte di fabbriche distribuite in rete. Nella maggioranza dei casi sono persone che si trovano in paesi in via di sviluppo ed emergenti. Altre volte operano in piccole strutture localizzate in Cina o in India. Possiamo anche trovare ex fabbriche trasformate in hangar dove centinaia o migliaia di persone, sottoposte a un turn-over molto rapido, operano su computer o smartphone e cliccano per migliorare algoritmi o creare falsa viralità.

In cosa consiste il micro-lavoro digitale?
Per esempio nella digitalizzazione e nel trattamento automatico di 900 milioni di documenti cartacei. Invece di aprire una sede in un paese terzo dove un’azienda può trovare manodopera a buon mercato e condizioni fiscali vantaggiose, si rivolge ad una piattaforma in un paese terzo si occupa di scannerizzare, anomizzare, labellizzare questi documenti in cambio di un abbonamento o un pagamento puntuale. I lavoratori non sono più localizzati in luoghi specifici, non appartengono solo a una città o regione, ma possono essere reclutati dappertutto, purché abbiano la possibilità di connettersi a una piattaforma. Questa economia si sviluppa attraverso un sistema di offshoring on demand in tempo reale l’azienda può decidere di esternalizzare in Cina o nelle Filippine solo un aspetto della produzione, non l’intero processo. La delocalizzazione classica era riservata ad aziende che potevano aprire sedi in paesi terzi, oppure avere partner in questi paesi dove stabilire rapporti commerciali stabili.

Questa divisione del lavoro è stata descritta come un «neo-colonialismo digitale». È d’accordo con questa definizione?
È un’espressione metaforica usata per indicare un’asimmetria di potere, ma indica fenomeni troppo diversi. Può essere utile per descrivere le situazioni in cui lo sviluppo del capitalismo tecnologico ripete forme di sfruttamento coloniale classico. Nel 2016 Facebook ha cercato di imporre «Freebasics», un servizio che permette gli utenti di accedere a una piccola selezione di siti web e servizi, in paesi come l’India o la Colombia. È stato rifiutato dalle autorità e gli stessi investitori hanno ammesso che era un’operazione neo-coloniale. Preferisco parlare invece di un micro-lavoro diffuso che nutre l’intelligenza artificiale dove il Sud non è passivo, ma è molto attivo e compete con cinesi o indiani sugli stessi mercati. Questo avviene perché in questi paesi sono fiorite aziende come i tele-servizi, call center, centri di assistenza a distanza di cui le grandi piattaforme di lavoro digitale rappresentano l’evoluzione. Questi paesi sono anche produttori di tecnologie, acquistano micro-lavoro.

Come definisce questi rapporti di potere?
Migrazioni su piattaforme, arbitraggi della forza lavoro a livello internazionale che non si basano più su aperture di filiali e delocalizzazioni in paesi a basso reddito, né sui flussi migratori dal sud al nord. Sono processi migratori che restano in loco. Negli ultimi trent’anni le frontiere dei paesi del Nord sono state militarizzate, i nostri paesi si sono trasformati in campi di concentramento in cui xenofobi perseguitano migranti e dove i legislatori mettono in atto misure draconiane contro di loro. In questo contesto di migrazione negata, le piattaforme di micro-lavoro a distanza permettono di avere accesso a questa forza lavoro di cui le aziende avranno sempre più bisogno.

Quali sono gli assi principali del mercato digitale mondiale?
C’è quello dal Sud-Est asiatico ai paesi occidentali: Australia, Stati uniti, Canada o Gran Bretagna. Da qualche anno sono emerse altre due dinamiche. La prima è quella dal Sud al Nord: i paesi africani e quelli dell’America del Sud hanno iniziato a lavorare per le aziende del Nord globale.

Per esempio?
In Francia il lavoro digitale necessario per sviluppare l’intelligenza artificiale è prodotto in Costa d’Avorio, in Madagascar, Senegal o Camerun, lì dove esistono micro-lavoratori francofoni che possono interagire con clienti francesi. Dall’altra parte si registra un’esplosione di micro-lavoratori sudamericani su piattaforme americane come Amazon Mechanical Turk, Upwork o Microworkers per le quali lavorano paesi che si trovano in crisi economica e politica come il Venezuela.

Che ruolo ha la Cina in questo mercato?
È un circuito chiuso dove grandi acquirenti e grandi masse di micro-lavoratori si trovano nella stessa macro-area geopolitica ed economica. Questo è dovuto al fatto che in Cina esiste il Witkey, un sistema di trattamento puntuale dell’informazione online attraverso il quale gli utenti possono scambiarsi e vendere servizi e informazioni. In questo sistema ci sono élite che guadagnano bene, diverse migliaia di euro al mese, e la quasi totalità degli altri che invece guadagnano meno di un euro al mese. Le élite aggregano i micro-lavoratori degli altri, sono i caporali digitali.

Quali sono le piattaforme di micro-lavoro cinesi e asiatiche più importanti?
In Cina c’è Zhubajie che aggrega fino a 15 milioni di micro-lavoratori digitali. TaskCn ne aggrega 10 milioni. Epweike, 11 milioni di persone. Esistono altri servizi più piccoli che lavorano con clienti interni. Più raramente con quelli dell’area sinofona come Singapore o Taiwan. In altri paesi asiatici, come la Corea del Sud – paese avanzato e alto reddito – esistono grandi gruppi industriali come Kakao, una specie di galassia di servizi dal pagamento su internet ai taxi alla Uber, fino ai videogiochi. Oppure Naver, un conglomerato basato su un motore di ricerca. Sono aziende che non si rivolgono ai lavoratori del clic dei paesi limitrofi, probabilmente per motivi linguistici, culturali e commerciali.

Esiste una competizione tra Cina e Usa per il primato mondiale anche in questo settore?
Va inquadrata nella competizione sull’intelligenza artificiale e sulle sue soluzioni. La Cina gioca su due piani. Da una parte, ci sono i grandi gruppi industriali parastatali come Baidu, Alibaba e Tencent, le cosiddette «Bat» – che competono con i «Gafa» americani, Google, Amazon, Facebook, Apple e gli altri. Dall’altra parte, la Cina è il paese del micro-lavoro che compete con altri paesi emergenti e in via di sviluppo. L’India con i due grandi cluster industriali digitali a Bangalore e a Hydebarad che producono tecnologie e reclutano i cottimisti del clic. La Cina deve essere competitiva su entrambi i fronti: produrre intelligenza artificiale abbastanza di punta per interessare il pubblico globale del Nord e essere competitiva con la manodopera dequalificata e sottopagata che rende possibile l’automazione, in India, in Nigeria o in Madagascar.

Quanti sono i lavoratori del clic in Francia, negli Usa o in Italia?
In una ricerca pubblicata da poco abbiamo stimato in Francia una platea di 266 mila lavoratori occasionali, al cui interno esistono decine di migliaia di persone molto attive. Negli Usa le stime sono più complesse: alcuni studi recenti parlano di 100 mila persone su Amazon Mechanical Turk, oltre a quelle che lavorano per Upwork o PeoplePerHour o Raterhub di Google. Anche l’Italia è un paese di micro-lavoratori, ma non è un paese di aziende che comprano micro-lavoro e sviluppano intelligenza artificiale. Questo la dice lunga sul tessuto produttivo e sul suo settore industriale digitale.

Cosa rappresenta il pagamento anche di pochi centesimi per clic per questi lavoratori?
La promessa di accedere a un minimo di attività remunerata. Nei paesi africani e asiatici il micro-lavoro necessario per calibrare l’intelligenza artificiale è presentato da campagne di marketing invasive come la promessa del lavoro del futuro per le giovani generazioni che arrivano da zone periferiche, ma vivono anche in quelle urbane svantaggiate e non hanno la possibilità di accedere a un lavoro formalmente riconosciuto. Sono persone non diplomate che non hanno qualifiche professionali. Lavorano negli internet caffè o da casa. Ci sono le donne alle quali è richiesto un lavoro flessibile che può armonizzarsi con quello di cura per gli anziani e per i figli che continuano a pesare sulle loro spalle.

In che modo questo proletariato digitale può autodeterminarsi e prendere coscienza della sua centralità?
Una condizione storica è il superamento del quadro concettuale dell’automazione digitale totale. Quella che attualmente gli operai del clic vivono è una condizione precaria perché il loro lavoro è presentato come effimero ed è destinato a scomparire. Gli si fa credere che stanno segando il ramo sul quale sono seduti. Il mio sforzo è dimostrare che questo non è vero. Stiamo creando una tecnologia che ha bisogno di lavoro umano e ne avrà bisogno sempre di più. Questo lavoro non sarà mai sostituito da un’automazione. Ed è per questo che le lotte per il riconoscimento di questo lavoro sono legittime e necessarie.

Quali strade possono seguire?
Quella tradizionale del sindacato, delle leghe e del coordinamento di base. La strada del cooperativismo tra le piattaforme, un movimento esistente che cerca di digitalizzare le strutture mutualistiche del XIX e del XX secolo e creare alternative solide alle piattaforme capitalistiche attuali. C’è poi la strada dei commons digitali che creano condizioni economiche materiali per raggiungere il potenziale veramente anarchico delle piattaforme politiche teorizzate dai Diggers nell’Inghilterra del Seicento. Dobbiamo riscoprire il vero significato del concetto di «piattaforma»: il superamento della proprietà privata, l’abolizione del lavoro salariato e la creazione del governo dei beni comuni.

“I lavoratori sono il cuore dell’algoritmo” : intervista ne Il Manifesto (Italia, 9 dicembre 2017)

[NB: This interview has been translated in English, Spanish, and Portuguese]

Nel quotidiano Il Manifesto di sabato 9 dicembre 2017, c’è una mia lunga intervista proposta da Roberto Ciccarelli. Eccola in versione integrale.

Antonio Casilli: «I robot non rubano il lavoro. Siamo noi il cuore dell’algoritmo»

09.12.2017

Lavoro digitale. Intervista ad Antonio Casilli, autore di ricerche pionieristiche sul nuovo capitalismo e sulle lotte da Amazon a Uber. “I lavoratori creano i criteri sulla base dei quali operano le macchine. E poi le educano ad apprendere come migliorare”

Antonio Casilli, professore alla Télécom ParisTech, è considerato uno dei maggiori esperti di capitalismo delle piattaforme. È noto per le ricerche pionieristiche sul «lavoro digitale» che rovesciano il senso comune apocalittico secondo il quale il lavoro è finito a causa dell’automazione. «Siamo noi a formare i robot con il nostro lavoro – sostiene – Produciamo i criteri sulla base dei quali operano. E poi li educhiamo ad apprendere come migliorare. Il problema non è che i robot ci rubano il lavoro, noi continuiamo a lavorare sempre di più e le piattaforme frammentano e rendono invisibile il lavoro necessario per fare funzionare gli algoritmi».

In Italia hanno fatto molto discutere i licenziamenti di due lavoratori Ikea, Marica a Corsico (Milano) e Claudio a Bari. Sono stati licenziati perché le loro vite non si sono incastrate con l’algoritmo che governa la forza lavoro. Siamo tornati all’Ottocento?
Il capitalismo delle piattaforme digitali irrigidisce la disciplina del lavoro, impone una misura e una valutazione apparentemente «scientifiche» che possono assomigliare alle vecchie manifatture industriali. La differenza fondamentale è che i lavoratori, in cambio della sottomissione alla disciplina, non ottengono la protezione sociale e la rappresentatività politica che prima ottenevano in cambio della subordinazione. Questo nuovo taylorismo ha tutti gli svantaggi e nessuna delle compensazioni del vecchio. I lavoratori sono prigionieri di una contraddizione in termini: subordinati e precari al tempo stesso.

Dopo lo sciopero Amazon a Piacenza ha consigliato ai sindacati di fare attenzione anche alla politica dei dati, non solo a quella del lavoro. Cosa significa?
A Piacenza si è vista solo la parte visibile dell’iceberg. Quello è stato uno sciopero in un luogo fisico per ottenere condizioni di lavoro su attività materiali. Esiste tutta una altra parte di Amazon che da anni è in lotta. Penso ai micro-cottimisti di Amazon Mechanical Turk, un sistema di creazione e addestramento di intelligenze artificiali alimentato da micro-lavoratori, persone pagate a cottimo per qualche centesimo per realizzare mansioni di gestione dati, immagini o testi. Questi lavoratori devono auto-organizzarsi per ottenere migliori compensi e condizioni di lavoro più umane. Su questo i sindacati devono recuperare terreno perché i “Turkers” svolgono mansioni troppo piccole per essere visibili ai loro occhi.

Lo stanno facendo?
Sì, anche se al momento con iniziative diverse su scala nazionale. In Germania i metalmeccanici dell’IgMetall ha messo a disposizione una piattaforma per le rivendicazioni: FairCrowdWork. In Francia la Cgt ha creato Syndicoop che aiuta i sindacalisti a federare lavoratori attorno a una campagna. In Belgio c’è SMart: una cooperativa, e non un sindacato, che si occupa di lavoratori freelance e lavora anche con i rider delle consegne a domicilio. È in atto un processo dove i sindacati classici cercano di “piattaformizzarsi”, mentre le cooperative creano servizi su base mutualistica per i lavoratori delle piattaforme.

Dalle lotte dei rider italiani è emersa la richiesta di essere inquadrati nel contratto della logistica. È così in Francia e negli altri paesi?
Nell’economia alla domanda i servizi basati su piattaforme e prodotti in tempo reale sono al centro di una grande controversia legale e politica sulla contrattualizzazione dei lavoratori. Fino a ora l’obiettivo è regolarizzare la loro posizione in un contratto di settore che assomigli a quello della piattaforma. Su Uber in America, in Europa e in Corea le lotte sindacali convergono sul riconoscimento da lavoratori del settore dei trasporti urbani. In Amazon si cerca il riconoscimento del contratto degli operatori postali. Serve allargare ancora lo schema di azione.

In che modo?
Riconoscendo tutti i micro-lavori fatti dai «lavoratori del click», anche quelli pagati a cottimo per qualche centesimo per realizzare mansioni come la gestione dei dati, delle immagini o dei testi. Il loro lavoro serve al machine learning, a insegnare alla macchina ad apprendere e a creare l’intelligenza artificiale.

E come si fa?
Tutto passa dalla quantità di informazione prodotta. E su come e quanto le piattaforme approfittano di questa produzione di dati. Uber prende tra il 20 e il 40 per cento su ogni transazione che avviene sulla piattaforma e conosce bene il valore prodotto. Bisogna redistribuire una parte della ricchezza prodotta ai lavoratori delle piattaforme. Pur non essendo salariale questa redistribuzione sarebbe senz’altro più equa di quella esistente.

Quali sono altri esempi di micro-lavoro digitale?
Ce ne sono tantissimi. È un mercato globale che contiene almeno 100 milioni di lavoratori. In Cina, in India,nelle Filippine, in Indonesia esistono piattaforme e servizi poco conosciuti in Europa. Sviluppano lavori estremamente diversi che permettono alle economie digitali occidentali di funzionare. In questi paesi è possibile incontrare il valutatore (rater) del motore di ricerca di Google. Sono i lavoratori che controllano che i risultati di una ricerca siano giusti e correggono il tiro aggiustando l’algoritmo. Oppure ci sono i moderatori di contenuti su Facebook o su Youtube che passano le loro giornate a giudicare se un video o una foto rispettano le condizioni di uso delle piattaforme. Insegnano agli algoritmi di filtraggio quali sono i contenuti da censurare. Possiamo anche parlare dei clickworkers che condividono, mettono “like”, spingono messaggi pubblicitari o video di celebrità per i quali sono pagati anche meno di un centesimo al click. Sono il vero carburante del marketing virale che fa vivere le marche più famose sui social network.

L’economia alla domanda è anche un’economia della reputazione e dell’attenzione dove è centrale la figura del consumatore. In che modo i lavoratori possono coinvolgerli nelle loro rivendicazioni?
Prima di tutto riconoscendo che il consumatore fa lo stesso lavoro del fattorino di Deliveroo o del micro-cottimista di Amazon Mechanical Turk.

In cosa consiste il lavoro del consumatore?
Anche lui produce dati. Questi dati sono usati per addestrare l’intelligenza artificiale. Il consumatore produce una massa critica di scambi e transazioni che permettono alla piattaforma di esistere sul mercato. Un consumatore è parte attiva e cruciale dell’esistenza dell’algoritmo. Svolge quotidianamente una quantità enorme di gesti produttivi che sono assimilabili a quelli dei lavoratori digitali. Anche chi usa Youtube modera gratuitamente i video, segnala quelli che non sono appropriati. Chi si serve di Google allena l’algoritmo del motore di ricerca a imparare i termini più ricercati sulla base delle parole inserite da noi e da altri. Il consumatore è un produttore. Le frontiere tra questi soggetti dell’economia convergono al punto che si potrebbe dire che quando la piattaforma non vuole pagarti ti chiama consumatore e invece quando è disposta a pagarti (poco) ti chiama cottimista o micro-lavoratore.

Ha parlato di “lavoro gratuito”. Qual è il ruolo che occupa nell’economia digitale?

Il lavoro gratuito è stato definito da Tiziana Terranova già vent’anni fa. Anche allora stare in rete era un lavoro perché produceva contenuti per i siti e quelli che all’epoca si chiamavano “portali”. Negli ultimi dieci anni questa idea del lavoro gratuito è cambiata quando ci siamo resi conto che le piattaforme non commercializzano solo i nostri contenuti, ma commercializzano soprattutto i nostri dati personali e le informazioni. Quali marche ci piacciono o a che ora ascoltiamo musica. Dove siamo con il Gps. Il lavoro gratuito dell’utente di internet non è un lavoro creativo, ma è un lavoro inconscio e molto meno soddisfacente perché invisibile. In quanto tale alienante nella misura in cui non ci rendiamo conto a cosa servono e come sono usati i dati quando facciamo un recaptcha su Google o mettiamo una Tag su un’immagine su Instagram.

Per cosa sono usati questi dati?
Per produrre valore monetario per le grandi piattaforme che fanno compravendita di informazioni ma sono anche usati per creare il valore di automazione: addestrare intelligenze artificiali, insegnare alle chat box a dialogare con gli esseri umani, creare assistenti virtuali come Siri sull’Iphone o Alexa su Amazon che parlano con noi e ci aiutano a fare scelte anche al posto nostro.


Il tratto comune tra le lotte dei ciclo-fattorini di Foodora o di Deliveroo, quelle di Amazon e quelle nei paesi dei “lavoratori del click, è dunque il lavoro digitale?

Sì, queste lotte sono accomunate da una forma di lavoro diversa rispetto a quelle a cui eravamo abituati nel secolo scorso. Oggi il lavoro digitale passa attraverso le piattaforme digitali che vanno considerate come un tipo di organizzazione produttiva. In più, le piattaforme sono imprese e mercati. Amazon è un’impresa delle più tradizionali con una cultura brutale della disciplina del lavoro, lo si vede ad esempio nei magazzini ma anche negli uffici. Ma Amazon è anche un mercato, un marketplace basato su un enorme catalogo e su compravendite meno conosciute, quelle dei dati. Deliveroo è la stessa cosa: è un impresa, con dipendenti, risorse materiali e immateriali ed è al tempo stesso un mercato del lavoro che connette clienti, attività produttive e fattorini. In questo caso la piattaforma opera un matching algoritmico, crea una correlazione tra soggetti diversi. In Amazon la correlazione è tra chi produce un prodotto e chi lo compra.

Lei è un sostenitore del reddito di base. In che modo può tutelare la forza lavoro digitale intermittente e precaria?
Riconoscendo il lavoro dei dati che passa dalle piattaforme. Lo ha già sostenuto un rapporto del ministero francese delle finanze nel 2013 e un rapporto della fondazione Rockfeller l’anno scorso. I giganti del digitale non vanno tassati sulla base di quanti data center o uffici hanno in un paese, ma sulla base dei dati prodotti dagli utenti delle piattaforme. Se in Italia ci sono 30 milioni di utenti di Google, è giusto tassare Google sulla base dei profitti ottenuti grazie alla loro attività. Così si può finanziare un reddito di base, un reddito digitale connesso al lavoro digitale che ciascuno di noi svolge su Internet o sulle «app» mobili.

***Antonio Casilli ha scritto, tra l’altro, Qu’est-ce que le digital labor? Editions de l’INA con D. Cardon, 2015; Stop Mobbing (DeriveApprodi, 2000); La Fabbrica Libertina (Manifestolibri, 1997)