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Intervista ne Il Manifesto (27 febbraio 2019)

Nel quotidiano Il Manifesto, una intervista con il giornalista e filosofo Roberto Ciccarelli.

Antonio Casilli: «Gli operai del clic sono il cuore dell’automazione»


Antonio Casilli, docente all’università Telecom ParisTech, lei ha appena pubblicato in Francia En attendant les robots (Seuil), un’inchiesta sul lavoro digitale. The Cleaners, un documentario Hans Block e Moritz Riesewieck diffuso sulla rete Tv Arte, ha rivelato l’esistenza di migliaia di lavoratori del clic nelle Filippine che lavorano per le piattaforme digitali. Chi sono queste persone?
Sono lavoratori occupati nel settore del commercial content moderation, la moderazione dei contenuti commerciali. Sono gli operai del clic che rileggono e filtrano commenti sulle piattaforme digitali. Il loro lavoro è classificare l’informazione e aiutare gli algoritmi ad apprendere. Insieme svolgono il machine learning, ovvero l’apprendimento automatico, a partire da masse di dati e di informazioni. La moderazione è uno degli aspetti di un’operazione fondamentale che crea il valore. Il lavoro digitale è l’ingrediente segreto dell’automazione attuale.

Abbiamo conosciuto una parte di questa divisione del lavoro mondiale: l’attività estrattiva di Coltan in Congo, l’assemblaggio di componenti elettrici ed elettronici nelle fabbriche Foxxconn. Oggi si parla delle fabbriche del clic. Che cosa sono?
Esistono diversi modelli di click farms, fabbriche del clic. In certi casi sono divisioni di grandi gruppi industriali digitali americani come Google, Facebook o Amazon, a quelli cinesi o russi. Trattano i dati e spesso le loro attività sono coperte dal segreto industriale. Un altro tipo di fabbrica del clic la troviamo nelle reti globali degli appalti e dei subappalti dove la produzione di dati è esternalizzata verso altre aziende che sono, a loro volta, piattaforme digitali.

Come operano questi lavoratori?
Si connettono alle piattaforme da casa loro, entrano così a fare parte di fabbriche distribuite in rete. Nella maggioranza dei casi sono persone che si trovano in paesi in via di sviluppo ed emergenti. Altre volte operano in piccole strutture localizzate in Cina o in India. Possiamo anche trovare ex fabbriche trasformate in hangar dove centinaia o migliaia di persone, sottoposte a un turn-over molto rapido, operano su computer o smartphone e cliccano per migliorare algoritmi o creare falsa viralità.

In cosa consiste il micro-lavoro digitale?
Per esempio nella digitalizzazione e nel trattamento automatico di 900 milioni di documenti cartacei. Invece di aprire una sede in un paese terzo dove un’azienda può trovare manodopera a buon mercato e condizioni fiscali vantaggiose, si rivolge ad una piattaforma in un paese terzo si occupa di scannerizzare, anomizzare, labellizzare questi documenti in cambio di un abbonamento o un pagamento puntuale. I lavoratori non sono più localizzati in luoghi specifici, non appartengono solo a una città o regione, ma possono essere reclutati dappertutto, purché abbiano la possibilità di connettersi a una piattaforma. Questa economia si sviluppa attraverso un sistema di offshoring on demand in tempo reale l’azienda può decidere di esternalizzare in Cina o nelle Filippine solo un aspetto della produzione, non l’intero processo. La delocalizzazione classica era riservata ad aziende che potevano aprire sedi in paesi terzi, oppure avere partner in questi paesi dove stabilire rapporti commerciali stabili.

Questa divisione del lavoro è stata descritta come un «neo-colonialismo digitale». È d’accordo con questa definizione?
È un’espressione metaforica usata per indicare un’asimmetria di potere, ma indica fenomeni troppo diversi. Può essere utile per descrivere le situazioni in cui lo sviluppo del capitalismo tecnologico ripete forme di sfruttamento coloniale classico. Nel 2016 Facebook ha cercato di imporre «Freebasics», un servizio che permette gli utenti di accedere a una piccola selezione di siti web e servizi, in paesi come l’India o la Colombia. È stato rifiutato dalle autorità e gli stessi investitori hanno ammesso che era un’operazione neo-coloniale. Preferisco parlare invece di un micro-lavoro diffuso che nutre l’intelligenza artificiale dove il Sud non è passivo, ma è molto attivo e compete con cinesi o indiani sugli stessi mercati. Questo avviene perché in questi paesi sono fiorite aziende come i tele-servizi, call center, centri di assistenza a distanza di cui le grandi piattaforme di lavoro digitale rappresentano l’evoluzione. Questi paesi sono anche produttori di tecnologie, acquistano micro-lavoro.

Come definisce questi rapporti di potere?
Migrazioni su piattaforme, arbitraggi della forza lavoro a livello internazionale che non si basano più su aperture di filiali e delocalizzazioni in paesi a basso reddito, né sui flussi migratori dal sud al nord. Sono processi migratori che restano in loco. Negli ultimi trent’anni le frontiere dei paesi del Nord sono state militarizzate, i nostri paesi si sono trasformati in campi di concentramento in cui xenofobi perseguitano migranti e dove i legislatori mettono in atto misure draconiane contro di loro. In questo contesto di migrazione negata, le piattaforme di micro-lavoro a distanza permettono di avere accesso a questa forza lavoro di cui le aziende avranno sempre più bisogno.

Quali sono gli assi principali del mercato digitale mondiale?
C’è quello dal Sud-Est asiatico ai paesi occidentali: Australia, Stati uniti, Canada o Gran Bretagna. Da qualche anno sono emerse altre due dinamiche. La prima è quella dal Sud al Nord: i paesi africani e quelli dell’America del Sud hanno iniziato a lavorare per le aziende del Nord globale.

Per esempio?
In Francia il lavoro digitale necessario per sviluppare l’intelligenza artificiale è prodotto in Costa d’Avorio, in Madagascar, Senegal o Camerun, lì dove esistono micro-lavoratori francofoni che possono interagire con clienti francesi. Dall’altra parte si registra un’esplosione di micro-lavoratori sudamericani su piattaforme americane come Amazon Mechanical Turk, Upwork o Microworkers per le quali lavorano paesi che si trovano in crisi economica e politica come il Venezuela.

Che ruolo ha la Cina in questo mercato?
È un circuito chiuso dove grandi acquirenti e grandi masse di micro-lavoratori si trovano nella stessa macro-area geopolitica ed economica. Questo è dovuto al fatto che in Cina esiste il Witkey, un sistema di trattamento puntuale dell’informazione online attraverso il quale gli utenti possono scambiarsi e vendere servizi e informazioni. In questo sistema ci sono élite che guadagnano bene, diverse migliaia di euro al mese, e la quasi totalità degli altri che invece guadagnano meno di un euro al mese. Le élite aggregano i micro-lavoratori degli altri, sono i caporali digitali.

Quali sono le piattaforme di micro-lavoro cinesi e asiatiche più importanti?
In Cina c’è Zhubajie che aggrega fino a 15 milioni di micro-lavoratori digitali. TaskCn ne aggrega 10 milioni. Epweike, 11 milioni di persone. Esistono altri servizi più piccoli che lavorano con clienti interni. Più raramente con quelli dell’area sinofona come Singapore o Taiwan. In altri paesi asiatici, come la Corea del Sud – paese avanzato e alto reddito – esistono grandi gruppi industriali come Kakao, una specie di galassia di servizi dal pagamento su internet ai taxi alla Uber, fino ai videogiochi. Oppure Naver, un conglomerato basato su un motore di ricerca. Sono aziende che non si rivolgono ai lavoratori del clic dei paesi limitrofi, probabilmente per motivi linguistici, culturali e commerciali.

Esiste una competizione tra Cina e Usa per il primato mondiale anche in questo settore?
Va inquadrata nella competizione sull’intelligenza artificiale e sulle sue soluzioni. La Cina gioca su due piani. Da una parte, ci sono i grandi gruppi industriali parastatali come Baidu, Alibaba e Tencent, le cosiddette «Bat» – che competono con i «Gafa» americani, Google, Amazon, Facebook, Apple e gli altri. Dall’altra parte, la Cina è il paese del micro-lavoro che compete con altri paesi emergenti e in via di sviluppo. L’India con i due grandi cluster industriali digitali a Bangalore e a Hydebarad che producono tecnologie e reclutano i cottimisti del clic. La Cina deve essere competitiva su entrambi i fronti: produrre intelligenza artificiale abbastanza di punta per interessare il pubblico globale del Nord e essere competitiva con la manodopera dequalificata e sottopagata che rende possibile l’automazione, in India, in Nigeria o in Madagascar.

Quanti sono i lavoratori del clic in Francia, negli Usa o in Italia?
In una ricerca pubblicata da poco abbiamo stimato in Francia una platea di 266 mila lavoratori occasionali, al cui interno esistono decine di migliaia di persone molto attive. Negli Usa le stime sono più complesse: alcuni studi recenti parlano di 100 mila persone su Amazon Mechanical Turk, oltre a quelle che lavorano per Upwork o PeoplePerHour o Raterhub di Google. Anche l’Italia è un paese di micro-lavoratori, ma non è un paese di aziende che comprano micro-lavoro e sviluppano intelligenza artificiale. Questo la dice lunga sul tessuto produttivo e sul suo settore industriale digitale.

Cosa rappresenta il pagamento anche di pochi centesimi per clic per questi lavoratori?
La promessa di accedere a un minimo di attività remunerata. Nei paesi africani e asiatici il micro-lavoro necessario per calibrare l’intelligenza artificiale è presentato da campagne di marketing invasive come la promessa del lavoro del futuro per le giovani generazioni che arrivano da zone periferiche, ma vivono anche in quelle urbane svantaggiate e non hanno la possibilità di accedere a un lavoro formalmente riconosciuto. Sono persone non diplomate che non hanno qualifiche professionali. Lavorano negli internet caffè o da casa. Ci sono le donne alle quali è richiesto un lavoro flessibile che può armonizzarsi con quello di cura per gli anziani e per i figli che continuano a pesare sulle loro spalle.

In che modo questo proletariato digitale può autodeterminarsi e prendere coscienza della sua centralità?
Una condizione storica è il superamento del quadro concettuale dell’automazione digitale totale. Quella che attualmente gli operai del clic vivono è una condizione precaria perché il loro lavoro è presentato come effimero ed è destinato a scomparire. Gli si fa credere che stanno segando il ramo sul quale sono seduti. Il mio sforzo è dimostrare che questo non è vero. Stiamo creando una tecnologia che ha bisogno di lavoro umano e ne avrà bisogno sempre di più. Questo lavoro non sarà mai sostituito da un’automazione. Ed è per questo che le lotte per il riconoscimento di questo lavoro sono legittime e necessarie.

Quali strade possono seguire?
Quella tradizionale del sindacato, delle leghe e del coordinamento di base. La strada del cooperativismo tra le piattaforme, un movimento esistente che cerca di digitalizzare le strutture mutualistiche del XIX e del XX secolo e creare alternative solide alle piattaforme capitalistiche attuali. C’è poi la strada dei commons digitali che creano condizioni economiche materiali per raggiungere il potenziale veramente anarchico delle piattaforme politiche teorizzate dai Diggers nell’Inghilterra del Seicento. Dobbiamo riscoprire il vero significato del concetto di «piattaforma»: il superamento della proprietà privata, l’abolizione del lavoro salariato e la creazione del governo dei beni comuni.

Compte-rendu dans Le Temps (Suisse, 22 févr. 2019)

Le quotidien genevois Le Temps publie une recension de mon ouvrage En Attendant les Robots (Ed. du Seuil, 2019).

L’intelligence artificielle, côté cour

Dans un essai stimulant, le sociologue Antonio Casilli démonte le mythe de la disparition du travail humain face au triomphe de la robotisation. Or si l’homme demeure indispensable, la valeur de son labeur tend à être occultée

Dans un texte fulgurant, Marx entrevoyait une société où le travail serait entièrement automatisé. Plus besoin de travailleurs, les machines feraient tout. Marx y voyait une immense promesse d’émancipation: car s’il n’y a plus besoin de personne pour travailler, il n’y a plus personne à exploiter. L’automatisation intégrale du travail permettrait à chacun, enfin, de s’épanouir.

Cent cinquante ans plus tard, le remplacement de l’humain par les machines est à l’ordre du jour, tous les jours. Que n’a-t-on entendu de prophéties, enflammées ou catastrophistes (c’est selon), sur l’obsolescence de l’homme, en tout cas de son travail, appelé à disparaître sous l’effet de la marche triomphale de l’intelligence artificielle (IA)? Robotisation, automatisation, numérisation: le travail humain deviendrait très vite marginal, et finalement inutile.

Bluff technologique

Illusion, nous dit Antonio Casilli dans son livre En attendant les robots. La disparition du travail humain, c’est de la poudre aux yeux, un slogan publicitaire, un élément de langage lénifiant dans une stratégie économique implacable. Un véritable bluff technologique. Car la réalité de l’intelligence dite artificielle est tout autre: elle n’élimine pas le travail, mais le dissimule; elle ne le supprime pas, mais le rend invisible. Les grandes plateformes que nous connaissons tous (Facebook, Uber, Amazon, Airbnb, etc.), qui toutes reposent sur les performances de l’IA, ne seraient rien sans ce qu’on appelle désormais le digital labor: un travail humain qui prélève, sélectionne, interprète des données sans lesquelles les machines seraient sourdes et aveugles.

Qui fait ce travail invisible? Nous, lorsque nous utilisons ces plateformes et produisons par là même des données (et notons les services par exemple), ou des millions de tâcherons répartis de par le monde, invisibles et sous-payés, des «prolétaires du clic». Qu’on le fasse par loisir ou pour compléter ses revenus, le digital labor produit une valeur sans laquelle les machines ne pourraient fonctionner. De sorte que Casilli invite à un renversement de perspective: «Ce ne sont pas les machines qui font le travail des hommes, mais les hommes qui sont poussés à réaliser un digital labor pour les machines.» Le travail est déplacé et masqué, pas remplacé. Le digital labor ne peut être automatisé, car c’est lui qui rend possible l’automatisation.

Arrière-boutique

L’intérêt de l’étude de Casilli est de replacer la problématique économique et philosophique de l’IA dans les conditions sociologiques de sa mise en œuvre. Il montre ainsi, moult exemples à l’appui (comme les prétendues voitures autonomes, qui ne sont pas si autonomes que cela, le passager jouant à maints égards le rôle du conducteur), que, pour des raisons à chaque fois différentes selon les secteurs, les agents humains jouent nécessairement un rôle de premier plan dans toutes ces activités «algorithmées». D’où cette formule frappante, qui masque toutefois la finesse et de détail des analyses de Casilli: «Une façade avec un ingénieur qui vante les prouesses de sa machine et une arrière-boutique dans laquelle des travailleurs se tuent à la microtâche.»

Au cœur de ce livre passionnant et novateur, ce paradoxe: «Les algorithmes sont des objets artificiels qui doivent produire des résultats ayant une signification dans un monde humain, dont ils n’ont pourtant aucune expérience. Ils ne sont pas inscrits culturellement et socialement dans le monde, et c’est pourquoi ils ont besoin de déléguer aux humains cette responsabilité.» C’est un argument puissant contre la prophétie de Marx, qui est entre-temps devenu – autre paradoxe – le rêve des entrepreneurs du numérique d’aujourd’hui.

Dans L’Express (21 janv. 2019)

Dans L’Express, Aliocha Wald Lasowski propose un compte-rendu de mon ouvrage En attendant les robots : Enquête sur le travail du clic(Éditions du Seuil).

Derrière les robots, on trouve beaucoup d’humains


Non seulement les robots n’ont pas éclipsé les humains, mais le numérique a donné naissance à un nouveau prolétariat.

A l’ère du capitalisme des plateformes, les transformations du travail numérique révèlent un profond paradoxe : les start-up innovantes, qui utilisent des technologies de pointe et développent à grande vitesse l’intelligence artificielle, n’en ont pas encore fini avec le travail humain. Bien au contraire. À la place du robot intelligent réalisant des calculs mathématiques, il existe un monde du cyber-travail, qui emploie des millions d’individus à travers la planète, travailleurs humains payés à “jouer les intelligences artificielles”.  

Telle est la thèse d’Antonio Casilli, maître de conférences en humanités numériques à Télécom ParisTech. Le dernier essai de ce sociologue des réseaux, “En attendant les robots”, est le fruit d’une longue enquête de terrain, à l’ère de l’automatisation des fonctions industrielles. Déjà auteur de Qu’est-ce que le digital labor ? coécrit en 2015 avec le sociologue Dominique Cardon, Casilli explore les nouveaux travailleurs-automates chargés d’un travail laborieux, fragmenté et répétitif, travail invisible dans les chaînes de sous-traitance technologique. 

Sous-protection sociale

Qui sont ces “petites mains de l’intelligence artificielle” ? Des personnes qui “font le travail qu’un bot, logiciel d’agrégation des données, aurait dû réaliser”, explique Casilli. Des millions d’employés à travers le monde, payés à peine quelques centimes par clic par les géants mondiaux de la technologie, souvent sans réel contrat et surtout sans stabilité d’emploi. Cybercafés aux Philippines, salles d’informatique au Kenya ou télétravail en Inde, les travailleurs du clic y réalisent des tâches automatisées sur le Web. Dans les coulisses des GAFA, il n’y a pas que de jeunes capitalistes new-age, cool et branchés, en jean et équipement high-tech, mais beaucoup de ces néoprécaires du digital. En résumé, ce sont les humains qui font le travail des robots, et non l’inverse. 

Au-delà de la dénonciation de cette surexploitation sociale dans une économie informationnelle fondée sur l’extraction de données, Antonio Casilli montre comment le passage de l’entreprise à la plateforme conduit à une désorganisation complète du monde du travail. Les plateformes agrègent les activités selon trois modèles, explique-t-il. Les services à la demande (Uber ou Foodora), le microtravail (Amazon Mechanical Turk ou UHRS) et la commercialisation des relations sociales (Facebook ou Snapchat). Et la dématérialisation de l’économie amène à la prédominance du traitement de l’information sur les autres activités humaines professionnelles.  

Si l’on prend l’exemple de l’entreprise Uber, le quotidien connecté des chauffeurs Uber se déroule en réalité moins au volant de leur voiture que devant l’écran de leur smartphone. Le mythe d’un monde collaboratif, animé par un esprit de partage, de rencontre et de projet social, est une belle illusion. En réalité, les chauffeurs Uber passent davantage de temps à réaliser des tâches informationnelles qu’à converser avec le client humain : cliquer, enrichir les parcours GPS, renseigner les tableaux, envoyer des messages ou mettre à jour leur score de réputation. C’est la réalité du digital labor et la précarisation des services. Derrière ces “myriades de tâcherons du clic non spécialisés”, selon l’expression volontairement provocante de l’auteur, se met à jour une nouvelle division internationale du travail, encore plus inégalitaire qu’aux XIXe et XXe siècles. 

Comment y remédier ? Par l’amélioration de la réglementation , qui passera, d’une part, par le rôle des corps intermédiaires classiques (syndicats, coordinateurs ou “guildes”) et, d’autre part, par la requalification légale des droits sur le Web (fiscalité numérique, protection de la vie privée, droit des affaires). Antonio Casilli défend également la mise en place d’un revenu social numérique. Il soutient enfin la réinscription des travailleurs digitaux dans l’orbite du salariat, sur le modèle de la “Déclaration de Francfort” de 2016, consacrée à la reconnaissance du digital labor. Il n’y a pas d’autre solution, finit par dire Casilli, pour harmoniser et protéger les revenus. 

En attendant les robots. Enquête sur le travail du clic, d’Antonio A. Casilli, éd. du Seuil, 400 p., 24 euros 


[Vidéo] Dans Hors Série (19 janv. 2019)

Je me suis entretenu pendant une heure et trente minutes avec la journaliste Laura Raim. La vidéo est disponible sur le site Hors Série (sur abonnement).

Les forçats du clic

Laura Raim

Je fais partie de cette catégorie de gens qui ont le permis mais qui ne savent plus conduire. A force de ne jamais pratiquer, je n’ai acquis aucun réflexe. Et plus le temps passe, plus j’ai peur de réesssayer. Je pense qu’on peut désormais parler de « blocage psychologique ». Vous imaginez donc la lueur d’espoir qu’ont suscitée les nouvelles sur l’arrivée imminente des voitures autonomes, qui promettaient de me délivrer de ce handicap un peu honteux.

Je ne lui en veux pas, mais Antonio Casilli a brisé ce rêve. Dans son ouvrage, En attendant les Robots. Enquête sur le travail du clic ( Seuil), le sociologue démonte implacablement le grand bluff idéologique du mythe du « grand remplacement technologique ». On découvre que l’intelligence artificielle est moins l’affaire d’une poignée de génies des mathématiques en blouse blanche confectionnant des supercalculateurs de 200 pétaflops dédiés au « deep learning », que de millions de « tâcherons » du numérique, « mélange de stagiaires français et de précaires malgaches », sous-payés pour à la fois entraîner, cadrer et fournir les ordinateurs en données fiables et utilisables. Ce ne sont pas en effet « les machines qui font le travail des hommes, mais les hommes qui sont poussés à réaliser un digital labor pour les machines ».

J’avais déjà eu un choc similaire en lisant le génial En Amazonie de Jean-Baptiste Malet, qui dévoilait les conditions de travail hallucinantes dans un entrepôt d’Amazon. De même que le journaliste rendait visible la réalité physique, sale et humaine, derrière l’image faussement virtuelle et désincarnée du numérique, Antonio Casilli fait apparaître l’exploitation très concrète qui se cache derrière l’abstraction des algorithmes, et met à jour l’intérêt stratégique d’alimenter le mensonge d’un inéluctable remplacement des hommes par les robots : empêcher l’organisation des prolétaires du numérique. Et moi je n’ai plus qu’à reprendre des heures de conduite.

Aux Ressources , émission publiée le 19/01/2019
Durée de l’émission : 76 minutes

Un weekend “En attendant les robots” sur France Culture (5-6 janv. 2019)

A l’occasion de sa parution, France Culture a consacré trois émissions à mon ouvrage En attendant les robots – Enquête sur le travail du clic (Editions du Seuil, 2019).

Samedi 5 janv. 12h45 – La Suite dans les Idées.

Je suis en conversation avec Sylvain Bourmeau, Filipe Vilas-Boas à propos des “très artificielles intelligences artificielles”.

Derrière le mythe toujours plus médiatique de la prise du pouvoir par les machines de l’intelligence artificielle se cache la réalité de profondes transformations de l’économie et du travail. Le sociologue Antonio Casilli a mené l’enquête.

The Punishment, une œuvre de Filipe Vilas-Boas
The Punishment, une œuvre de Filipe Vilas-Boas• Crédits : Filipe Vilas-Boas

Nous en avons sans doute tous fait l’expérience. En prévision d’un séjour à l’étranger, nous avons eu recours à un site internet spécialisé pour trouver au meilleur prix une chambre d’hôtel. Et depuis, des années plus tard parfois, nous continuons de recevoir dans notre boite mail des propositions de réservation de chambre d’hôtel dans la ville où nous avions séjourné et dans laquelle nous n’avons a priori aucune espèce d’intention de retourner. De la même manière, comment ne pas être agacé par l’indigence des recommandations que nous font sans cesse d’autres plateformes web, telle Amazon qui croit que parce que nous avons consulté ceci sur ses pages nous aimerions acheter cela auprès d’elle… Ou Netflix dont l’interface s’avère d’une confondante médiocrité au regard du catalogue qu’il propose. Ces expériences quotidiennes viennent pour le moins contredire les discours de plus en plus enthousiastes qui nous vantent les progrès spectaculaires de l’intelligence artificielle. Une intelligence décidément pas très maligne. Et surtout, une intelligence bien plus artificielle encore qu’on l’imagine. Il suffit pour s’en assurer d’ouvrir quelques boîtes noires. Ce qu’a méthodiquement fait le sociologue Antonio Casilli. Mais aussi ce que fait, d’une autre façon, l’artiste Filipe Vilas-Boas, qui nous rejoindra en seconde partie.

Samedi 5 janv. 18h10 – Avis Critique.

Julie Clarini, Joseph Confavreux et Raphaël Bourgois proposent un compte rendu de mon ouvrage pour raconter “une histoire de domination”.

Je vous propose de commencer par le livre d’Antonio Casilli, En Attendant les robots : enquête sur le travail du clic publié au Seuil. L’auteur est sociologue et maître de conférences en humanités numériques à Télécom ParisTech. Ce livre est le résultat d’une longue enquête sur les transformations du travail à l’ère du capitalisme de plateforme pour reprendre le titre du livre de Nick Scnircek dont il a été question il y a quelques semaines dans cette émission. Casilli avait déjà signé en 2015 sur ce sujet, avec Dominique Cardon, Qu’est-ce que le digital labor ? chez INA Editions, et il revient avec une version francisée de la question puisqu’il parle ici du « travail du clic ».

Robot au milieu des fleurs
Robot au milieu des fleurs• Crédits : Donald Lain SmithG

Il revient donc sur ce sujet apparu dans le débat public plutôt autour des enjeux de la gratuité : l’idée selon laquelle les internautes, utilisateurs de Google ou Facebook avait accès à ces plateformes gracieusement, en échange d’un travail non rémunéré. Leurs clics, leurs données sont les matières premières qui permettent à ces sites de vivre. Mais il y a un autre aspect du digital labour, c’est de considérer les taches qui sont désormais effectuées par des robots ou des intelligences artificielles comme un grave danger pour les emplois.

Même s’il consacre un certain nombre de pages à ces évolutions, ce n’est pas ça qui intéresse fondamentalement Antonio Casilli. Il va beaucoup plus loin dans l’exploration des transformations du travail et de la valeur en menant une analyse fine de Google, Facebook mais aussi Amazon ou Uber… analyse qui montre que le vrai danger n’est pas le grand remplacement machinique, la disparition du travail, mais sa transformation profonde par l’instauration de nouveaux rapports de dépendance des travailleurs transformés en prolétaires du clic.

La première force du livre, qui est vraiment extraordinaire, c’est l’idée que les robots ne vont pas remplacer les humains. (Julie Clarini)

Il ne faut pas croire que si vous ne travaillez pas dans le digital labour, vous n’êtes pas menacé par les transformations qu’il induit. L’auteur dit bien qu’une entreprise de plus en plus numérisée fait déborder le digital labour sur le travail habituel. C’est là que l’on rejoint les thèses habituelles, de Dominique Méda notamment, selon lesquelles parcelliser, fragiliser, saccager le travail, c’est fragiliser le monde social. (Joseph Confavreux)

Dimanche 6 janv. 20h – Soft Power.

J’ai été l'”invité innovation” de Zoé Sfez et Fréderic Martel dans l’émission Soft Power.

Dans son livre “En attendant les robots”, le sociologue Antonio Casilli rend visible le travail précaire du clic derrière l’intelligence artificielle et les algorithmes et démystifie ainsi l’illusion de l’automation.

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.• Crédits : DAMIEN MEYERAFP

.@AntonioCasilli « On peut penser qu’Uber est un service classique mais le coeur du modèle d’Uber c’est la production de données » #SoftPower— Frederic Martel (@martelf) January 6, 2019

.@AntonioCasilli « Le travail ne disparaitra jamais mais l’emploi peut-être. Il faut se resyndicaliser, créer des plateformes collaboratives et penser les plateformes comme créatrice de richesses communes » #SoftPower— Frederic Martel (@martelf) January 6, 2019


Le Monde publie les bonnes feuilles de “En attendant les robots” (3 janv. 2019)

Le jour 3 janvier 2019 Pixels, le supplément numérique du quotidien Le Monde, publie en avant-première des extraits de mon ouvrage En attendant les robots. Enquête sur le travail du clic (Editions du Seuil, 2019) à l’occasion de sa parution.


Derrière l’illusion de l’intelligence artificielle, la réalité précaire des « travailleurs du clic »

Dans son livre, dont nous publions les bonnes feuilles, le sociologue Antonio Casilli enquête sur le travail invisible et précarisé qui se cache derrière les IA et les algorithmes.

Pour la majorité des services et fonctionnalités des sites Web, applications et objets connectés, les fabricants vantent – et vendent – désormais de nouvelles solutions numériques personnalisées grâce aux intelligences artificielles et aux algorithmes qu’ils ont mis au point. Modération de contenus sur les réseaux sociaux, applications de livraison de repas ou de véhicules avec chauffeur, vente de produits culturels ou de vêtements, enceintes avec assistant vocal…, nos vies seraient désormais facilitées par les robots et autres solutions intelligentes. Cet argument promotionnel ravive la vieille idée selon laquelle le travail humain est peu à peu remplacé par les machines.

Dans son livre enquête En attendant les robots : enquête sur le travail du clic , qui paraît jeudi 3 janvier aux éditions du Seuil et que Le Monde a pu lire en exclusivité, le sociologue Antonio Casilli montre au contraire que ces avancées numériques ne fonctionnent pas sans digital labor , un travail humain invisibilisé et précarisé à grande échelle. En exposant les différentes facettes de ce que l’on appelle aussi le « travail du clic » – des internautes qui alimentent gratuitement les réseaux sociaux aux travailleurs des « fermes à clic » en passant par les prestataires de l’économie « ubérisée » -, Antonio Casilli démystifie l’illusion du tout automatique. Il rappelle aussi que ces nouvelles formes de travail, exercées par des millions de personnes dans le monde, sont un enjeu majeur de l’économie du XXIe siècle.

Bonnes feuilles. C’est en 2017 que j’interviewe Simon. Ce n’est pas son vrai nom, comme par ailleurs SuggEst n’est pas le vrai nom de la start-up qu’il intègre en 2016 en qualité de stagiaire, à la fin de son master Sup de Co. En revanche, l’entreprise existe et se porte bien. C’est une « pépite » du secteur innovant, spécialisée en intelligence artificielle (IA). SuggEst vend une solution automatisée de pointe qui propose des produits de luxe à des clients aisés. Si vous êtes une femme politique, un footballeur, une actrice ou un client étranger – comme l’explique la présentation du site -, en téléchargeant l’application, vous recevez des offres « 100 % personnalisables des marques françaises les plus emblématiques de l’univers du luxe, dans des conditions privilégiées » .

C’est « grâce à un procédé d’apprentissage automatique » que la start-up devine les préférences de ces personnalités et anticipe leurs choix. L’intelligence artificielle est censée collecter automatiquement leurs traces numériques sur des médias sociaux, leurs posts, les comptes rendus d’événements publics auxquels ils ont participé, les photos de leurs amis, fans, parents. Ensuite, elle les agrège, les analyse et suggère un produit.

Jouer les intelligences artificielles

Derrière cette machine qui apprend de manière anonyme, autonome et discrète se cache toutefois une réalité bien différente. Simon s’en rend compte trois jours après le début de son stage, quand, au hasard d’une conversation autour de la machine à café, il demande pour quelles raisons la start-up n’emploie pas un ingénieur en intelligence artificielle ni un data scientist . L’un des fondateurs lui avoue que la technologie proposée à leurs usagers n’existe pas : elle n’a jamais été développée. « Mais l’application offre bien un service personnalisé ? » , s’étonne Simon. Et l’entrepreneur de lui répondre que le travail que l’IA aurait dû réaliser est en fait exécuté à l’étranger par des travailleurs indépendants. A la place de l’IA, c’est-à-dire d’un robot intelligent qui collecte sur le Web des informations et restitue un résultat au bout d’un calcul mathématique, les fondateurs de la start-up ont conçu une plate-forme numérique, c’est-à-dire un logiciel qui achemine les requêtes des usagers de l’application mobile vers… Antananarivo.

C’est, en effet, dans la capitale de Madagascar que se trouvent des personnes disposées à « jouer les intelligences artificielles » . En quoi consiste leur travail ? La plate-forme leur envoie une alerte avec le nom d’une personnalité-cible qui se sert de l’application. Ensuite, en fouillant les médias sociaux et les archives du Web, ils collectent à la main un maximum d’informations sur son compte : des textes, des photos, des vidéos, des transactions financières et des journaux de fréquentation de sites… Ils font le travail qu’un bot, un logiciel d’agrégation de données, aurait dû réaliser. Ils suivent cette personnalité sur les réseaux, parfois en créant de faux profils, et rédigent des fiches avec ses préférences à envoyer en France. Ensuite, SuggEst les agrège et les monétise auprès d’entreprises du luxe, qui proposent les offres. Combien sont-elles, sur terre, ces petites mains de l’intelligence artificielle ? Personne ne le sait. Des millions, certainement. Et combien sont-elles payées ? A peine quelques centimes par clic, souvent sans contrat et sans stabilité d’emploi. Et d’où travaillent-elles ? Depuis des cybercafés, aux Philippines, chez elles en Inde, voire depuis des salles informatiques d’universités au Kenya. Pourquoi acceptent-elles ce job ? La perspective d’une rémunération, sans doute, surtout dans des pays où le salaire moyen d’un travailleur non qualifié ne dépasse pas les quelques dizaines de dollars par mois.

Des petites mains qui actionnent la marionnette

L’implication humaine est nécessaire autant pour des raisons techniques que commerciales. Les intelligences artificielles, on le verra, se basent largement sur des procédés d’apprentissage automatique que l’on appelle « supervisé » : les machines apprennent à interpréter les informations et à réaliser des actions au fil des interactions avec l’accompagnement de « professeurs » humains. Ces derniers proposent les exemples de processus cognitifs que les systèmes intelligents apprennent à reproduire. C’est un temps de formation, d’entraînement de logiciels encore gauches. Mais cet apprentissage ne s’interrompt jamais.

Ce qui aujourd’hui attire notre attention n’est pas le geste expert des informaticiens qui conçoivent les systèmes ou des ingénieurs qui mettent en place l’IA forte, mais bien les milliards (oui, des milliards…) de petites mains qui, au jour le jour, actionnent la marionnette de l’automation faible. C’est un travail humble et discret, qui fait de nous, contemporains, à la fois les dresseurs, les manouvriers et les agents d’entretien de ces équipements. La complexité, l’étendue et la variété des tâches numériques nécessaires pour permettre le fonctionnement des assistants virtuels font du digital labor un objet d’étude incontournable. Mais dès lors que les intelligences artificielles ne sont pas complètement automatisées, le doute surgit qu’elles puissent ne pas l’être du tout.

L’intervention humaine se manifeste alternativement au travers d’actions visant tantôt à faciliter ( enable ), tantôt à entraîner ( train ) et parfois même à se faire passer pour ( impersonate ) des intelligences artificielles. […] Les tâches qui permettent aux intelligences artificielles d’exister et de fonctionner font l’objet d’annonces, d’enchères, d’appariements sur des sites spécialisés en sous-traitance (ou en micro-sous-traitance). Dans d’autres cas, les négociations sont de nature non pécuniaire, par exemple quand la contribution humaine au fonctionnement des intelligences artificielles n’est pas encadrée par une simple transaction, mais par un système complexe d’incitations de nature économique (par exemple des bons d’achats, des services en échange de prestations) ou non économique (plaisir, reconnaissance, jeu, etc.).

Des « microtâcherons » du Web

Le premier type de digital labor renvoie au travail à la demande mettant en relation des demandeurs et des fournisseurs potentiels de prestations, que l’on peut associer à des plates-formes comme Uber ou Deliveroo, dont les applications et les sites Web composent une « économie de petits boulots » ( gig economy ).

En surface, l’usager-prestataire réalise des tâches manuelles en temps réel pour assurer des services de transport, d’hébergement, de livraison, d’aide à la personne, de réparation ou d’entretien. En profondeur, comme pour tous les types de digital labor , il produit des données, à cette différence près que leur extraction demande davantage d’effort physique de sa part. Il s’agit d’activités que l’on peut difficilement confondre avec du loisir : malgré la présence d’éléments de sociabilité, leur pénibilité est reconnaissable, et leurs composantes visibles (conduire, accueillir, s’occuper d’une livraison) demeurent centrales. De même, la dépendance (parfois seulement économique, parfois formalisée par un contrat) de l’usager vis-à-vis de la plate-forme est évidente.

Le deuxième type de digital labor que l’on rencontre sur les plates-formes numériques est le microtravail. Le terme désigne la délégation de tâches fractionnées aux usagers de portails comme Amazon Mechanical Turk ou Clickworker. Dans la mesure où des travailleurs y sont recrutés en nombre, on parle parfois de « travail des foules » ( crowdwork ). Parce qu’ils exécutent des activités standardisées et à faible qualification, on leur donne parfois le nom de « microtâcherons » . Ceux qui demandent l’effectuation des tâches sont des entreprises, des institutions publiques (surtout de recherche), voire des particuliers.

Ce type de digital labor est strictement lié à la pratique du « calcul assisté par l’humain » ( human-based computation ), qui consiste à dépêcher des travailleurs pour effectuer des opérations que les machines sont incapables d’accomplir elles-mêmes. Le microtravail consiste en la réalisation de petites corvées telles que l’annotation de vidéos, le tri de tweets, la retranscription de documents scannés, la réponse à des questionnaires en ligne, la correction de valeurs dans une base de données, la mise en relation de deux produits similaires dans un catalogue de vente en ligne, etc. Pour leurs activités, les usagers reçoivent des rémunérations pouvant aller de quelques euros à moins d’un centime par tâche. Comme dans l’économie à la demande, les plates-formes prélèvent une commission sur toute transaction, bien que des formes de microtravail non rémunérées soient aussi courantes.

Quoique avec un niveau d’organisation et de contestation moins important que dans le cas de l’économie à la demande, le microtravail n’est pas dénué de luttes et de conflits pour la reconnaissance des droits des usagers. En effet, la rhétorique commerciale des investisseurs et des concepteurs de ces services cherche constamment à reléguer ces tâches en dehors du « vrai travail » . Les interfaces des applications sont conçues pour être ludiques et engager les usagers à s’en servir en minimisant la perception de la pénibilité des missions qu’on leur confie. La rémunération modique qu’ils en retirent contribue elle aussi à éloigner les soupçons qu’il s’agit d’une activité travaillée, niant par là même tout lien de subordination. Usagers et propriétaires des plates-formes s’accordent pour dire que le microtravail peut tout au plus donner lieu à un complément de revenu, mais difficilement à un revenu principal. Le niveau de qualification est souvent faible, ce qui explique que ces microprestations favorisent aussi l’entrée sur le marché du travail de personnes affichant une extrême variété aussi bien par leur niveau d’éducation, leurs compétences linguistiques que par leur culture du travail.

La promesse fallacieuse de l’émancipation

Clé de voûte des modèles d’affaires des plates-formes numériques orientées vers la production de solutions « intelligentes » , le digital labor influence de larges écosystèmes d’entreprises et

irrigue les marchés actuels. Les modèles d’organisation du travail humain qu’il inspire présentent une forte variabilité. Les utilisateurs d’applications à la demande et les abonnés de médias sociaux se situent aux extrêmes d’un éventail de situations, dont les constantes sont la tâcheronnisation et la datafication. Le digital labor peut être tantôt assimilé à du freelancing, tantôt au travail temporaire, aux « contrats zéro heure » comme pour certains livreurs à la demande, voire au travail à la pièce pour les microtravailleurs, au travail « gratuit » ou rémunéré par des avantages en nature (bons d’achat, produits, accès à des services premium) pour les membres de plates-formes sociales.

Néanmoins, le digital labor est une occupation qui peine à être reconnue comme relevant du travail au regard des critères de définition de l’emploi formel. Son rapprochement avec d’autres formes de travail invisible (domestique, ludifié, « du consommateur » , « des publics » , immatériel) ayant fait surface au cours des dernières décennies fait en l’occurrence apparaître que la position relative d’un travailleur des plates-formes, les conditions matérielles et la nature de ses activités sont largement influencées par le degré d’ « ostensibilité » de ses tâches.

A travers la promesse fallacieuse de l’émancipation par l’automation et le spectre menaçant de l’obsolescence du travail humain, les plates-formes numériques condamnent la multitude grandissante des tâcherons du clic à une aliénation radicale : oeuvrer inlassablement à leur propre disparition en s’effaçant derrière des machines dont ils sont et resteront les rouages indispensables. Pour contrer cette destinée funeste, la reconnaissance du digital labor s’impose comme un objectif politique majeur, afin de doter les « travailleurs digitaux » d’une véritable conscience de classe en tant que producteurs de valeur.

[Vidéo] Conférence de lancement de “En attendant les robots” (Musée des Arts et Métiers, 3 janv. 2019)

Vidéo de la soirée de présentation de mon ouvrage En attendant les robots. Enquête sur le travail du clic (Éditions du Seuil), qui a eu lieu le 3 janvier 2019 au Musée des Arts et Métiers de Paris. La rencontre, dans le cadre du cycle “Paroles d’auteurs”, a été animée par Thomas Baumgartner.


L’essor des intelligences artificielles réactualise une prophétie lancinante : avec le remplacement des êtres humains par les machines, le travail serait appelé à disparaître. Si certains s’en alarment, d’autres voient dans la « disruption numérique » une promesse d’émancipation fondée sur la participation, l’ouverture et le partage.
Les coulisses de ce théâtre de marionnettes (sans fils) donnent cependant à voir un tout autre spectacle. Celui des usagers qui alimentent gratuitement les réseaux sociaux de données personnelles et de contenus créatifs monnayés par les géants du Web. Celui des prestataires des start-ups de l’économie collaborative, dont le quotidien connecté consiste moins à conduire des véhicules ou à assister des personnes qu’à produire des flux d’informations sur leur smartphone. Celui des microtravailleurs rivés à leurs écrans qui, à domicile ou depuis des « fermes à clic », propulsent la viralité des marques, filtrent les images pornographiques et violentes ou saisissent à la chaîne des fragments de textes pour faire fonctionner des logiciels de traduction automatique.
En dissipant l’illusion de l’automation intelligente, Antonio Casilli fait apparaître la réalité du digital labor : l’exploitation des petites mains de l’intelligence « artificielle », ces myriades de tâcherons du clic soumis au management algorithmique de plateformes en passe de reconfigurer et de précariser le travail humain.

Dans le Blog de l’IMT (4 janv. 2019)

Entretien avec le blog de l’Institut Mines-Telecom, pour reparcourir mon parcours, de mes travaux sur la vie privée et les données personnelles jusqu’à mon plus ouvrage En attendant les robots. Enquête sur le travail du clic (Editions du Seuil, 2019) à l’occasion de sa parution.

Des données personnelles aux intelligences artificielles : à qui profite le clic ?

Cliquer, liker, partager : toutes nos liaisons numériques produisent de la donnée. Ces informations, captées et monétarisées par les grandes plateformes du numérique, sont en phase de devenir l’or noir – virtuel – du XXIe siècle. Sommes-nous tous devenus les ouvriers du numérique ? À l’occasion de la sortie de son ouvrage, En attendant les robots, enquête sur le travail du clic, Antonio Casilli, chercheur à Télécom ParisTech et spécialiste du digital labor, revient pour nous sur les dessous de cette exploitation 2.0.

Qui nous sommes, ce que nous aimons, ce que nous faisons, quand, avec qui : les assistants personnels et autres interlocuteurs virtuels savent tout de nous. L’espace numérique est le nouveau terrain de l’intime. Ce capital social virtuel est la matière brute des géants de l’internet. La rentabilité des plateformes numériques, de Facebook à Airbnb en passant par Apple ou encore Uber, repose sur l’analyse massive de données des utilisateurs à des fins publicitaires. Dans son nouvel ouvrage intitulé En attendant les robots, enquête sur le travail du clic, Antonio Casilli explore ainsi l’émergence d’un capitalisme de surveillance, opaque et invisible, marquant l’avènement d’une nouvelle forme de prolétariat du numérique : le digital labor — ou travail numérique « du doigt » en français. Du microtravailleur du clic, conscient et rémunéré, à l’usager dont l’activité de production de données est implicite, le sociologue analyse les coulisses d’un travail hors travail, et la réalité bien palpable de cette économie de l’immatériel.

À lire sur I’MTech : Quèsaco le digital labor ?

Antonio Casilli interroge notamment la capacité des plateformes du net à mettre leurs utilisateurs au travail, convaincus d’être plus consommateurs que producteurs. « La gratuité de certains services numériques n’est qu’une illusion. Chaque clic alimente d’une part un vaste marché publicitaire, de l’autre il produit de la donnée qui nourrit des intelligences artificielles. Chaque j’aime, chaque post, chaque photo, chaque notation ou connexion remplit une condition : produire de la valeur. Ce digital labor est très faiblement voire non rémunéré, puisque personne ne touche une rétribution à la hauteur de la valeur produite. Mais cela reste du travail : c’est une source de valeur, tracée, mesurée, évaluée, et encadrée contractuellement par les conditions générales d’usage des plateformes » explique le sociologue.

Cachez cet humain que je ne saurais voir

Ainsi, pour lui, le digital labor est une nouvelle forme du travail, invisibilisée, qui se manifeste au travers de nos traces numériques. Loin de marquer la disparition du travail humain remplacé par les robots, ce travail au clic questionne la frontière entre le travail implicitement produit et l’emploi formellement reconnaissable. Et pour cause, les micro-travailleurs payés à la pièce ou les usagers-producteurs de données, comme nous, sont indispensables pour les plateformes. Ces données alimentent les modèles de machine learning : derrière l’automatisation d’une tâche, comme la reconnaissance visuelle ou textuelle, ce sont en fait des humains qui nourrissent les applications, en indiquant, par exemple sur des images le ciel, les nuages ou en retranscrivant un mot.

« Selon certaines idées reçues, ces machines apprendraient toutes seules. Mais pour entraîner leurs algorithmes  à calibrer, à améliorer leurs services, les plateformes ont besoin d’énormément de personnes qui les entraînent et les testent » rappelle Antonio Casilli. Parmi les exemples les plus emblématiques, un service proposé par le géant américain Amazon, Mechanical Turk. Ironie du sort, son nom fait référence à un canular remontant au XVIIIème siècle. Un automate joueur d’échecs, appelé le « turc mécanique », était capable de remporter des parties contre des joueurs humains. Le Turc était en réalité manipulé par de véritables humains qui se glissaient à l’intérieur.

I never tire of looking at videos of Chinese click farms. It’s just so surreal to see hundreds of phones playing the same video for the purposes of fake engagment. pic.twitter.com/bHAGLqRqVb

— Matthew Brennan (@mbrennanchina) December 10, 2018

De même, certains services dits “intelligents” s’appuient largement sur la mise au travail de petites mains. Une intelligence artificielle “artificielle” en quelque sorte. Un travail au service de la machine, où ces ouvriers du numérique accomplissent des microtâches maigrement rémunérées. « Le digital labor marque ainsi l’apparition d’une nouvelle manière de travailler : tâcheronnisé, parce que le geste humain est réduit à un simple clic ; dataisé, parce qu’il s’agit de produire de la donnée pour que les plateformes numériques en tirent de la valeur » explique Antonio Casilli. Et c’est bien là que la data blesse. Aliénation et exploitation : aux tâcherons du web installés dans le Nord, s’ajoutent le plus souvent des homologues situés en Inde, aux Philippines, ou dans des pays en voie de développement, où le salaire moyen est bas, où ils sont parfois rémunérés moins qu’un centime par clic.

Encadrer le digital labor par le droit ?

Ces nouvelles formes de travail échappent encore aux normes salariales. Néanmoins, les recours collectifs contre les plateformes numériques pour revendiquer certains droits se sont multipliés ces dernières années. À l’image des chauffeurs Uber ou des livreurs Deliveroo qui tentent, par voie de justice, de faire requalifier leur contrat commercial en contrat de travail. Face à cette précarisation du travail numérique, Antonio Casilli envisage trois évolutions possibles pour une reconnaissance sociale, économique et politique du digital labor.

« De Uber aux modérateurs des plateformes, le droit du travail classique — donc la requalification en salariat — pourrait permettre une reconnaissance de leur statut. Mais le travail dépendant n’est pas forcément la panacée. Aussi, on voit de plus en plus se développer des formes de plateformes coopératives où les usagers deviennent les propriétaires des moyens de production et des algorithmes. » Antonio Casilli voit toutefois des limites à ces deux évolutions. Pour lui, une troisième voie est possible. « Nous ne sommes ni les petits propriétaires, ni les petits entrepreneurs de nos données. Nous sommes les travailleurs de nos données. Et ces données personnelles, ni privées, ni publiques, appartiennent à tous et à personne. La vie privée doit être une négociation collective. Il nous reste à inventer et à faire émerger des institutions pour en faire un véritable bien commun. Internet est un nouveau champ de luttes » s’enthousiasme le chercheur.

Vers une fiscalité du numérique

Alors, les données personnelles de moins en moins personnelles ? “Chacun d’entre nous produit de la donnée. Mais cette donnée est, en fait, une ressource collective, appropriée et privatisée par des plateformes. Ces plateformes devraient non pas rémunérer à la pièce la donnée de chaque individu, mais plutôt restituer, redonner à la collectivité nationale ou internationale, via une fiscalité équitable, la valeur qu’elles ont extraite” détaille Antonio Casilli. En mai dernier, le règlement général sur la protection des données (RGPD) est entré en application dans l’Union Européenne. Entre autres, ce texte protège désormais les données comme des attribut de la personnalité et non plus comme une propriété. Ainsi, théoriquement, chacun peut désormais consentir librement – et à tout moment – à l’exploitation de ses données personnelles et retirer son consentement aussi simplement.

Si la régulation passe aujourd’hui par un ensemble de mesures de protection, la mise en place d’une fiscalité telle que promue par Antonio Casilli permettrait l’instauration d’un revenu de base inconditionnel. Le fait même d’avoir cliqué ou partagé une information pourrait donner droit à cette redevance et permettrait à chaque utilisateur d’être rémunéré pour n’importe quel contenu posté en ligne. Ce revenu ne serait donc pas lié aux tâches réalisées mais reconnaîtrait la valeur issue de ces contributions. En 2020, plus de 20 milliards d’appareils seront connectés à l’internet des objets. Le marché de la donnée pourrait ainsi atteindre près de 430 milliards d’euros par an d’ici là selon certaines estimations, soit ⅓ du PIB de la France. Les données ne sont définitivement pas des marchandises comme les autres.

En attendant les robots, enquête sur le travail du clic, Antonio A. Casilli, Éditions du Seuil, en librairie depuis le 3 janvier 2019.

Article rédigé par Anne-Sophie Boutaud, pour I’MTech.