intelligenza artificiale

[Podcast] “Miliardi di schiavi del clic”: intervista a Eta Beta [Rai Radio 1, 31 ott. 2020)


Nella trasmissione dedicata alla tecnologia Eta Beta (Rai Radio 1), ho avuto il piacere di essere ospite al microfono di Massimo Cerofolini per parlare del mio libro Schiavi del clic (Feltrinelli Editore, 2020).

Dietro le meraviglie dell’intelligenza artificiale, dal riconoscimento delle immagini alle traduzioni automatiche, non ci sono tanto i pochi pagatissimi programmatori. Ci sono soprattutto milioni di persone sottopagate e miliardi di consumatori ignari che, per pochi centesimi o per un’illusoria gratificazione, forniscono una manodopera a buon mercato alle grandi compagnie del web: filtrano i commenti, classificano le informazioni per aiutare gli algoritmi ad apprendere, votano e controllano chi fornisce i servizi. All’indomani dell’istruttoria aperta dall’Antitrust contro la posizione dominante di Google nella raccolta dei dati pubblicitari, Eta Beta esplora le strategie con cui, sotto la retorica della flessibilità della rete, i colossi di internet sfruttano l’attività degli utenti del web per risparmiare sui costi, venderne i dati e addestrare gli algoritmi di automazione. 

Intervista ne Il Giorno (1 ott. 2020)

Dati e intelligenze artificiali, siamo tutti schiavi dei colossi di internet

Non solo fattorini di cibo e pacchi: i cittadini vengono sfruttati dalle grandi piattaforme

di ELVIRA CARELLA

Ragazza al computer (foto repertorio)
Ragazza al computer (foto repertorio)

Milano, 1 ottobre 2020 –  «La rivoluzione digitale è il continuum di quella industriale, in cui iniziò la grande tendenza verso la divisione del lavoro e la forte opposizione tra logiche di capitale e quelle di profitto. Nel digitale, pertanto, ritroviamo gli stessi elementi, aggiunti o spinti all’estremo”. A parlare è il professore dell’Università Télécom Paris, il sociologo Antonio Casilli, autore di “Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo” (Feltrinelli). Egli sostiene che la divisione del lavoro diventa la sua parcellizzazione. Basta poco per eseguire un’operazione, che spesso le piattaforme propongono di pagare a cottimo. “La più piccola è il clic, che realizziamo, selezionando un contenuto, lasciando un commento, un like…”.

Siamo tutti schiavi del clic?
“Tutti ci troviamo su Internet e produciamo valore per grandi piattaforme, sotto forma di dati fonte di profitti attraverso la pubblicità, ma anche tramite l’uso che le grandi piattaforme ne fanno, per preparare e calibrare intelligenze artificiali”.

Cosa sono?
“Non sono fatte solo di robot antropomorfi o braccia meccaniche applicate nel contesto industriale. Sono una forma di modelli matematici, che prevedono o anticipano eventi o decisioni. Software basati sul “digital labor” dell’utente, che con un input li addestra e fornisce le risposte più pertinenti”.

Sfata la profezia che gli uomini vengano sostituiti da robot
“Dietro ai robot si nasconde il lavoro umano, reso invisibile da attori industriali e da decisioni di natura politica. Le operazioni sono svolte da persone, che a volte non vediamo, perché non presenti nella comunicazione delle aziende, o sono in strutture offshore, che creano dati e valore per le piattaforme, che servono a produrre i robot”.
E gli operai del web?
“Spesso definiti micro lavoratori, vivono, in condizioni molto precarie, per metà nei Paesi del Nord del mondo e metà in quelli del Sud. Quindi, siamo di fronte a fratture e disuguaglianze, che ripropongono antiche logiche, anche di natura coloniale”.
Possiamo parlare di evasioni milionarie dei colossi web?
“Di infrazioni milionarie delle regole di difesa del lavoro. Se Google, Uber, Amazon inquadrassero i cottimisti in base alla legge, dovrebbero pagare un conto molto salato. Rifiutano di farlo, malgrado sentenze che ingiungono di remunerare i lavoratori secondo il giusto valore”.

Nuova coscienza di classe?
“È più una speranza. Ci sono forme di organizzazioni spontanee dei lavoratori delle piattaforme e dei sindacati tradizionali. Nel 2017 la Cgil ha adottato una dottrina, la contrattazione dell’algoritmo: abbiamo il diritto di vedere il funzionamento delle intelligenze artificiali. Ciò si trasforma in azioni di lotta e creazione della coscienza di classe degli operai attraverso piattaforme alternative non-profit”.

Per Marx il lavoro industriale portava all’alienazione. Quello digitale?
“È molto più ambiguo. Facebook e Instagram aiutano a mantenere rapporti con la comunità, a disalienarsi in un certo senso, ma ci espongono a forme di sfruttamento. Per mitigare l’alienazione le piattaforme ci propongono il lavoro del clic, senza pagarlo o pagandolo poco. Stiamo ribaltando la logica dell’epoca di Marx, in cui c’era molta più alienazione e uno sfruttamento meno efficace dell’attuale, che produce in Borsa valorizzazioni stratosferiche”.

Recensione di “Schiavi del clic” (Vita.it, 18 sett. 2020)

Un’ottima recensione a cura di Marco Dotti.

Schiavi del clic. L’automazione, la disoccupazione e l’esternalizzazione del micro-lavoro

Le inquietudini contemporanea sulla scomparsa del lavoro sono un sintomo della vera trasformazione in atto: non la sua scomparsa ma la sua digitalizzazione. Questa dinamica tecnologica e sociale mira alla trasformazione del gesto produttivo umano in micro-operazioni sotto remunerate o non remunerate. Un libro di Antonio A. Casilli ci aiuta a fare il punto sulla questione

«La grande industria deve proseguire il processo di modernizzazione tecnologica. (…) Deve aumentare l’automazione, l’uso dei robot, l’introduzione delle nuove tecnologie». Pur nella consapevolezza che «tutto ciò ha come inevitabile conseguenza quella di espellere manodopera». Intervistato da Eugenio Scalfari su la Repubblica il 3 gennaio 1985, Gianni Agnelli esprimeva così la sua idea di innovazione. 

Antonio A
Antonio A. CasilliSchiavi del clic (Feltrinelli, 2020)

Nelle parole di Agnelli non è difficile riconoscere l’eco e il fil rouge di un’idea espressa da uno dei padri dell’economia politica, Ricardo, nel celebre capitolo sulle macchine incluso nella terza edizione dei Principi dell’economia politica e della tassazione (1821): tecnologia e l’innovazione bruciano posti di lavoro.

L’innovazione ha sempre un prezzo e la precondizione affiché un’innovazione sia considerata vantaggiosa e efficiente è che comporti meno spese fisse della manodopera umana.[1] Perché, a dispetto di tutte le tesi sociologiche e futurologiche, non hanno ancora sostituito la forza lavoro con le macchine?, si chiedeva un sociologo italiano sul finire degli anni 90. Dandosi una risposta: «l’uomo costa meno».

Se constano meno gli uomini delle macchine

Prendiamo un caso, riportato da Antonio A. Casilli nelle prime pagine del suo Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo (pagine 316, euro 19) da poco mandato in libreria per i tipi di Feltrinelli, nella traduzione di Raffaele Alberto Ventura e con una postfazione di Dominique Méda.

Una start-up francese, fiore all’occhiello dell’innovazione d’Oltralpe, che usa l’intelligenza artificiale (IA) per proporre acquisti personalizzati di articoli di lusso a clienti di alta fascia. Abbastanza chiaro: l’IA aggrega dati, traccia, mappa e, in base alle tracce digitali del cliente, propone auto, vacanze, prodotti di lusso cernendo tra milioni di offerte. Eppure, qualcosa non torna, perché – come titola Casilli – questa più che un’IA, è una IA…A. Dove l’ultima “A” sta per Antananarivo.

Che cosa c’entra la capitale del Madagascar con una start-up per megaricchi francesi? Un candido e ingenuo stagista scopre l’arcano: non esiste algoritmo, né intelligenza irtificiale nella scatola lucicante di quella start-up. Non un ingegnere assunto, non un data scientist.

Digitale

Tutta l’attività ufficialmente svolta dall'(inestistente) intelligenza artificiale è stata esternalizzatain Madagascar, dove «al posto dell’IA, ovvero un robot intelligente che avrebbe raccolto sul web delle infomazioni e restituito un risultato dopo aver eseguito un calcolo matematico, i fondatori della start-up hanno messo in piedi una semplice piattaforma digitale».

In altri termini: un normalissimo software che trasporta dati a persone disposte a fare il lavoro sporco, fingendosi “intelligenze artificiali”.

Una tipica esternalizzazione mascherata da innovazione, molto meno dispendiosa che reali investimenti in algoritmi e tecnologia. 

Non è dato sapere quante start-up si siano in questa condizione, ma è noto che intere regioni dell’Africa, in particolare Uganda e Mozambico, vedano le persone di interi villaggi o quartieri impegnate a cliccare su immagini, a trascrivere stringhe di testo o ad allenare gli stessi algoritmi che, presto o tarti, li sostituiranno. Per ora, la storia dice anche altro: ci sono ancora umani che «rubano il posto ai robot».

Digital labor e piattaforme

Ovviamente il lavoro di Casilli non si limita a questo aneddoto. Ma parte da qui per rovesciare molti schemi, attraverso un discorso critico serio e rigoroso sul digital labor e il tempo presente.

L’originalità della situazione attuale, scrive Casilli, non sta negli effetti distruttivi che l’automazione potrebbe avere sull’occupazione: «le profezie sulla “fine del lavoro” risalgono all’alba della civiltà industriale. Se vogliamo davvero comprendere l’effetto di questa trasformazione sulle attività umane, dobbiamo riconoscere stimare la quantità di lavoro incorporata nell’automazione stessa. Le inquietudini contemporanee sulla scomparsa del lavoro sono un sintomo della vera trasformazione in atto: non la sua scomparsa ma la sua digitalizzazione. Questa dinamica tecnologica e sociale mira alla trasformazione del gesto produttivo umano in micro-operazioni sotto remunerate o non remunerate, al fine di alimentare un’economia dell’informazione basata principalmente sull’estrazione di dati e sull’assegnazione a operatori umani dimensioni produttive costantemente svalutate».

«I sogni dei robot intelligenti si nutrono dei profitti dei nuovi oligopoli», scrive Casilli che con questo libro ci dà uno strumento di critica seria e rigorosa. Senza critica, la retorica sull’automazione (anche quella apocalittica) rischia infatti di nascondere ben altre questioni. Su tutte: il ramificarsi dell’egemonia delle piattaforme, modelli di organizzazione economica il cui core business si intreccia sempre più con le nostre vite.

Note

[1] Per contestualizzare il dibattito in cui si inseriscono le parole di Agnelli, il rinvio va al lavoro di Antimo NegriCiviltà tecnologica: disoccupazione e tempo libero, in ID., I tripodi di Efesto. Civiltà tecnologica e liberazione dell’uomo, SugarCo edizioni, 1986, p. 207.

[Video] “La coscienza di classe degli operai digitali”: intervista per Wired Italia

In occasione dell’uscita per i tipi della Feltrinelli di Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, traduzione del mio libro En attendant les robots (Éditions du Seuil, 2019), ho fatto due chiacchiere con il giornalista e ricercatore Philip Di Salvo nel contesto del Wired Next Fest 2020. Abbiamo parlato di digital labor, di automazione e di coscienza di classe.

Le fabbriche di clic, quelle strutture in cui veri e propri operai digitali generano dati per addestrare gli algoritmi, rischiano di riproporre i medesimi meccanismi del capitalismo dell’era analogica. È possibile costruire uno scenario diverso per il lavoro del futuro? In occasione dell’uscita del libro Schiavi del clic (Feltrinelli, 2020), ne parliamo con l’autore.

[Update Gennaio 2021] Arriva in libreria ‘Schiavi del clic’ (Feltrinelli), traduzione italiana del mio ‘En attendant les robots’!

UPDATE GENNAIO 2021 : Schiavi del clic è stato selezionato nella cinquina dei finalisti del Premio Galileo per la divulgazione scientifica.

Il 17 settembre 2020 arriva nelle librerie italiane Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? traduzione del mio pluripremiato En attendant les robots, uscito in Francia nel 2019. È la Feltrinelli Editore che ha curato questa bella iniziativa, e per la traduzione ha fatto appello alla penna del saggista Raffaele Alberto Ventura.

Descrizione

C’è un’opinione diffusa sulla rivoluzione tecnologica ed è che l’intelligenza artificiale sostituirà gli uomini, cancellando il lavoro come lo conosciamo. Questa idea è del tutto infondata. L’intelligenza artificiale non renderà superfluo il lavoro. Al contrario: gli operai del clic sono il cuore dell’automazione.  Con un’inchiesta sul nuovo capitalismo delle piattaforme digitali, Antonio Casilli dimostra che, in realtà, l’intelligenza artificiale ha sempre più bisogno di forza lavoro, che viene reclutata in Asia, in Africa e in America Latina. Gli operai del clic leggono e filtrano commenti sulle piattaforme digitali, classificano l’informazione e aiutano gli algoritmi ad apprendere.  Quella in corso è una rivoluzione profonda e ci riguarda da vicino, perché trasforma il lavoro in un gesto semplice, frammentario e pagato sempre meno o addirittura nulla, quando a compierlo sono addirittura i consumatori. Quante volte al supermercato abbiamo scelto le casse automatiche per evitare la fila? Così, con una velocità esponenziale, l’accumulazione gigantesca dei dati alla quale tutti partecipiamo si converte in una forma di lavoro non retribuito, di cui spesso siamo inconsapevoli. È un nuovo taylorismo, nel quale le piattaforme digitali come Amazon, Facebook, Uber e Google sono i principali attori capaci di sfruttare i propri utenti inducendo gesti produttivi non remunerati. Stiamo creando una tecnologia che ha bisogno di lavoro umano e ne avrà bisogno sempre di più. Un lavoro non sarà mai sostituito da un’automazione. Perciò le lotte per il riconoscimento di questo lavoro sono legittime e soprattutto necessarie.

Quarta di copertina

Le profezie sulla “fine del lavoro” risalgono all’alba della civiltà industriale. Anche oggi c’è un’opinione diffusa sulla rivoluzione tecnologica, ed è che l’intelligenza artificiale sostituirà gli uomini, cancellando il lavoro come lo conosciamo. Un’idea del tutto infondata. Le nostre inquietudini sono un sintomo della vera trasformazione in atto: non una scomparsa del lavoro, ma la sua digitalizzazione. Con un’inchiesta sul nuovo capitalismo delle piattaforme, Antonio Casilli getta luce sulla manodopera dell’economia contemporanea: centinaia di migliaia di schiavi del clic vengono reclutati in Asia, in Africa e in America Latina per leggere e filtrare commenti, classificare le informazioni e aiutare gli algoritmi ad apprendere. È una rivoluzione che ci riguarda da vicino, molto più di quanto vorremmo vedere, perché trasfigura il lavoro in un gesto semplice, frammentario e pagato sempre meno o perfino nulla, quando a compierlo sono addirittura i consumatori. Casilli esplora le strategie e le regole del nuovo taylorismo, nel quale Amazon, Facebook, Uber e Google sono gli attori principali grazie alla capacità di sfruttare i propri utenti inducendo gesti produttivi non remunerati. Servono tutti gli strumenti della sociologia e della scienza politica, del diritto e dell’informatica per smascherare le logiche economiche della società plasmata dalle piattaforme digitali. Per la prima volta, con questo libro riusciamo a immaginarne il superamento: la posta in gioco della nostra epoca è la lotta per il riconoscimento del lavoro di chi fa funzionare le macchine senza diritti e, spesso, senza consapevolezza. Siamo tutti lavoratori digitali e abbiamo bisogno di una nuova coscienza di classe. L’intelligenza artificiale è fatta da milioni di persone senza diritti. Lavoratori invisibili e consumatori inconsapevoli. Siamo tutti schiavi del clic.   Ecco come possiamo smascherare lo sfruttamento che il nuovo capitalismo tiene nascosto.