schiavi del clic

[Podcast] “Miliardi di schiavi del clic”: intervista a Eta Beta [Rai Radio 1, 31 ott. 2020)


Nella trasmissione dedicata alla tecnologia Eta Beta (Rai Radio 1), ho avuto il piacere di essere ospite al microfono di Massimo Cerofolini per parlare del mio libro Schiavi del clic (Feltrinelli Editore, 2020).

Dietro le meraviglie dell’intelligenza artificiale, dal riconoscimento delle immagini alle traduzioni automatiche, non ci sono tanto i pochi pagatissimi programmatori. Ci sono soprattutto milioni di persone sottopagate e miliardi di consumatori ignari che, per pochi centesimi o per un’illusoria gratificazione, forniscono una manodopera a buon mercato alle grandi compagnie del web: filtrano i commenti, classificano le informazioni per aiutare gli algoritmi ad apprendere, votano e controllano chi fornisce i servizi. All’indomani dell’istruttoria aperta dall’Antitrust contro la posizione dominante di Google nella raccolta dei dati pubblicitari, Eta Beta esplora le strategie con cui, sotto la retorica della flessibilità della rete, i colossi di internet sfruttano l’attività degli utenti del web per risparmiare sui costi, venderne i dati e addestrare gli algoritmi di automazione. 

[Video] Presentazione del libro “Schiavi del clic” al Nexa Center for Internet & Society (Politecnico di Torino, 23 ott. 2020)

Clicca qui per la presentazione dell’evento.

“Schiavi del clic” (Feltrinelli 2020), traduzione italiana di “En attendant les robots” (Seuil 2019, Premio Écrit Social e Gran Premio Protection Sociale 2019), presenta una critica della profezia distopica della “fine del lavoro” nel contesto del trionfo dell’intelligenza artificiale. L’automazione attuale è basata su masse enormi di dati, dati prodotti da esseri umani. Non si tratta di ingegneri né di data scientists, ma di lavoratori precari e invisibili che costituiscono l’esercito industriale di riserva delle piattaforme digitali. 

In alcuni casi, questi “operai del clic” non sono remunerati, come gli utenti dei social. In altri, si tratta di cottimisti pagati qualche centesimo, come i micro-lavoratori e i click-farmersnei paesi del Sud globale. In altri casi ancora, sono i precari dell’economia dei lavoretti: dietro la facciata dei servizi di trasporto e di consegna, il lavoro degli autisti di Uber o dei ciclo-fattorini di Glovo consiste principalmente nel produrre dati che “addestrano” algoritmi o migliorano veicoli a guida autonoma. 

Per produrre le soluzioni di machine learning servono milioni di lavoratori che preparano i dati, verificano i risultati, e a volte impersonano le intelligenze artificiali stesse, secondo la celebre promessa di produrre della artificial intelligence fatta da Jeff Bezos in occasione del lancio del servizio Amazon Mechanical Turk.

Basandosi su anni di studi della sua equipe all’Institut Polytechnique de Paris e di suoi colleghi membri dell’International Network on Digital Labor, l’autore mostra con ricchezza di esempi, come l’automazione non sia un destino ineluttabile, ma una scelta ideologica che serve per disciplinare una forza lavoro globale sempre più imponente—e in cerca di riconoscimento.

Biografia:

Antonio A. CASILLI è professore ordinario di sociologia alla Telecom Paris, scuola di ingegneria delle telecomunicazioni dell’Institut Polytechnique de Paris. Dal 2007 coordina il seminario “Studiare le culture digitali” all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS). È fra i fondatori dell’INDL (International Network on Digital Labor). Fra i suoi libri, tradotti in diverse lingue: Schiavi del clic (Feltrinelli, 2020); Trabajo, conocimiento y vigilancia (Editorial del Estado, 2018); Against the hypothesis of the end of privacy (con P. Tubaro e Y. Sarabi, Springer, 2014); Les Liaisons numériques (Editions du Seuil, 2010).

Lettura consigliata:

  • Antonio A. Casilli, Schiavi del clic. Perchè lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, Milano, 2020.

Ne Il Sole 24 Ore (11 ott. 2020)

Nel quotidiano Il Sole 24 Ore (rubrica Nòva), un editoriale di Luca De Biase presenta il mio libro Schiavi del Clic e lo situa all’interno del dibattito sull’evoluzione della natura del lavoro, secondo gli standard proposti dall’ILO.

Il lavoro cambia e il lavoro digitale ancora di più

In anni di studi e discussioni, l’International Labour Organization (Ilo) ha innovato radicalmente il concetto di “lavoro”. E poiché l’Ilo contribuisce significativamente alle definizioni standard per le statistiche sul lavoro, le sue indicazioni hanno un importantissimo valore intellettuale ma anche organizzativo e politico. Ebbene, il lavoro non è più soltanto l’insieme delle attività per le quali si riceve un pagamento. E non è neppure il sonno e ciò che fisiologicamente si fa per il proprio corpo. In pratica, è lavoro ciò che produce beni, servizi e valore per sé e per gli altri, comprese le attività svolte per la famiglia, lo studio, il volontariato e ogni servizio dedicato alla convivenza civile. Il concetto di lavoro si innova nel quadro della trasformazione dell’idea di economia che, ormai, non si concentra più solo su ciò che si scambia sul mercato e ha un prezzo, ma accoglie tutto ciò che ha un valore. L’esperienza degli economisti della felicità, compreso il premio Nobel Daniel Kahneman, non è passata invano. Il valore sociale, culturale, ambientale delle azioni che gli umani svolgono senza un pagamento e senza che quel valore abbia un prezzo, influenza la storia in modo spesso più profondo di quanto succede con molti scambi monetari.

Certo, tutto questo non è ancora entrato nel senso comune. La forza ideologica dell’economia otto-novecentesca è ancora potente. Una dimostrazione del ritardo del senso comune sulla realtà economica si trova nell’interpretazione di alcuni comportamenti che si sviluppano sulle piattaforme digitali. Uno dei punti centrali del contributo di Antonio Casilli all’analisi del lavoro è proprio la sua convincente critica della gratuità delle attività che le persone svolgono su molti social network. Sociologo, ricercatore alla parigina École des hautes études en sciences sociales, Casilli è autore di “Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?” (Feltrinelli 2020). In base alla definizione dell’Ilo, quello che gli “utenti” fanno sui social network è ovviamente lavoro non pagato, che genera ricchezza per le piattaforme. Casilli mostra come quel lavoro sia tutt’altro che volontario e descrive con attenzione l’ambiguità, se non la banalità, delle interpretazioni che lo presentano come un tipo di lavoro che le persone svolgono liberamente. In effetti, le costrizioni sociali e le ideologie dominanti hanno un’influenza decisiva nelle scelte delle persone: queste possono anche ritenere conveniente la loro dedizione gratuita ai social network in cambio di un servizio solo apparentemente gratuito e, invece, pagato con l’attenzione rivolta alla pubblicità. Nell’ampiezza dell’argomentazione di Casilli occorre qui sottolineare il conseguente rovesciamento del rapporto tra macchine e umani. Non sono le macchine che lavorano al servizio – e talvolta al posto – degli umani, in questo caso: sono gli umani che lavorano al servizio – e talvolta al posto – delle macchine che generano fatturato per i giganti dei media sociali. La conflittualità emergente tra gli stati e le grandi compagnie che possiedono le piattaforme sulle quali si svolgono questi fenomeni è probabilmente soltanto il preludio di una conflittualità più profonda, sul valore del lavoro offerto dagli utenti. La soluzione non è in vista. Ma il problema sì.

Articolo pubblicato su Nòva l’11 ottobre 2020

Intervista ne Il Giorno (1 ott. 2020)

Dati e intelligenze artificiali, siamo tutti schiavi dei colossi di internet

Non solo fattorini di cibo e pacchi: i cittadini vengono sfruttati dalle grandi piattaforme

di ELVIRA CARELLA

Ragazza al computer (foto repertorio)
Ragazza al computer (foto repertorio)

Milano, 1 ottobre 2020 –  «La rivoluzione digitale è il continuum di quella industriale, in cui iniziò la grande tendenza verso la divisione del lavoro e la forte opposizione tra logiche di capitale e quelle di profitto. Nel digitale, pertanto, ritroviamo gli stessi elementi, aggiunti o spinti all’estremo”. A parlare è il professore dell’Università Télécom Paris, il sociologo Antonio Casilli, autore di “Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo” (Feltrinelli). Egli sostiene che la divisione del lavoro diventa la sua parcellizzazione. Basta poco per eseguire un’operazione, che spesso le piattaforme propongono di pagare a cottimo. “La più piccola è il clic, che realizziamo, selezionando un contenuto, lasciando un commento, un like…”.

Siamo tutti schiavi del clic?
“Tutti ci troviamo su Internet e produciamo valore per grandi piattaforme, sotto forma di dati fonte di profitti attraverso la pubblicità, ma anche tramite l’uso che le grandi piattaforme ne fanno, per preparare e calibrare intelligenze artificiali”.

Cosa sono?
“Non sono fatte solo di robot antropomorfi o braccia meccaniche applicate nel contesto industriale. Sono una forma di modelli matematici, che prevedono o anticipano eventi o decisioni. Software basati sul “digital labor” dell’utente, che con un input li addestra e fornisce le risposte più pertinenti”.

Sfata la profezia che gli uomini vengano sostituiti da robot
“Dietro ai robot si nasconde il lavoro umano, reso invisibile da attori industriali e da decisioni di natura politica. Le operazioni sono svolte da persone, che a volte non vediamo, perché non presenti nella comunicazione delle aziende, o sono in strutture offshore, che creano dati e valore per le piattaforme, che servono a produrre i robot”.
E gli operai del web?
“Spesso definiti micro lavoratori, vivono, in condizioni molto precarie, per metà nei Paesi del Nord del mondo e metà in quelli del Sud. Quindi, siamo di fronte a fratture e disuguaglianze, che ripropongono antiche logiche, anche di natura coloniale”.
Possiamo parlare di evasioni milionarie dei colossi web?
“Di infrazioni milionarie delle regole di difesa del lavoro. Se Google, Uber, Amazon inquadrassero i cottimisti in base alla legge, dovrebbero pagare un conto molto salato. Rifiutano di farlo, malgrado sentenze che ingiungono di remunerare i lavoratori secondo il giusto valore”.

Nuova coscienza di classe?
“È più una speranza. Ci sono forme di organizzazioni spontanee dei lavoratori delle piattaforme e dei sindacati tradizionali. Nel 2017 la Cgil ha adottato una dottrina, la contrattazione dell’algoritmo: abbiamo il diritto di vedere il funzionamento delle intelligenze artificiali. Ciò si trasforma in azioni di lotta e creazione della coscienza di classe degli operai attraverso piattaforme alternative non-profit”.

Per Marx il lavoro industriale portava all’alienazione. Quello digitale?
“È molto più ambiguo. Facebook e Instagram aiutano a mantenere rapporti con la comunità, a disalienarsi in un certo senso, ma ci espongono a forme di sfruttamento. Per mitigare l’alienazione le piattaforme ci propongono il lavoro del clic, senza pagarlo o pagandolo poco. Stiamo ribaltando la logica dell’epoca di Marx, in cui c’era molta più alienazione e uno sfruttamento meno efficace dell’attuale, che produce in Borsa valorizzazioni stratosferiche”.

Recensione di “Schiavi del clic” (Vita.it, 18 sett. 2020)

Un’ottima recensione a cura di Marco Dotti.

Schiavi del clic. L’automazione, la disoccupazione e l’esternalizzazione del micro-lavoro

Le inquietudini contemporanea sulla scomparsa del lavoro sono un sintomo della vera trasformazione in atto: non la sua scomparsa ma la sua digitalizzazione. Questa dinamica tecnologica e sociale mira alla trasformazione del gesto produttivo umano in micro-operazioni sotto remunerate o non remunerate. Un libro di Antonio A. Casilli ci aiuta a fare il punto sulla questione

«La grande industria deve proseguire il processo di modernizzazione tecnologica. (…) Deve aumentare l’automazione, l’uso dei robot, l’introduzione delle nuove tecnologie». Pur nella consapevolezza che «tutto ciò ha come inevitabile conseguenza quella di espellere manodopera». Intervistato da Eugenio Scalfari su la Repubblica il 3 gennaio 1985, Gianni Agnelli esprimeva così la sua idea di innovazione. 

Antonio A
Antonio A. CasilliSchiavi del clic (Feltrinelli, 2020)

Nelle parole di Agnelli non è difficile riconoscere l’eco e il fil rouge di un’idea espressa da uno dei padri dell’economia politica, Ricardo, nel celebre capitolo sulle macchine incluso nella terza edizione dei Principi dell’economia politica e della tassazione (1821): tecnologia e l’innovazione bruciano posti di lavoro.

L’innovazione ha sempre un prezzo e la precondizione affiché un’innovazione sia considerata vantaggiosa e efficiente è che comporti meno spese fisse della manodopera umana.[1] Perché, a dispetto di tutte le tesi sociologiche e futurologiche, non hanno ancora sostituito la forza lavoro con le macchine?, si chiedeva un sociologo italiano sul finire degli anni 90. Dandosi una risposta: «l’uomo costa meno».

Se constano meno gli uomini delle macchine

Prendiamo un caso, riportato da Antonio A. Casilli nelle prime pagine del suo Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo (pagine 316, euro 19) da poco mandato in libreria per i tipi di Feltrinelli, nella traduzione di Raffaele Alberto Ventura e con una postfazione di Dominique Méda.

Una start-up francese, fiore all’occhiello dell’innovazione d’Oltralpe, che usa l’intelligenza artificiale (IA) per proporre acquisti personalizzati di articoli di lusso a clienti di alta fascia. Abbastanza chiaro: l’IA aggrega dati, traccia, mappa e, in base alle tracce digitali del cliente, propone auto, vacanze, prodotti di lusso cernendo tra milioni di offerte. Eppure, qualcosa non torna, perché – come titola Casilli – questa più che un’IA, è una IA…A. Dove l’ultima “A” sta per Antananarivo.

Che cosa c’entra la capitale del Madagascar con una start-up per megaricchi francesi? Un candido e ingenuo stagista scopre l’arcano: non esiste algoritmo, né intelligenza irtificiale nella scatola lucicante di quella start-up. Non un ingegnere assunto, non un data scientist.

Digitale

Tutta l’attività ufficialmente svolta dall'(inestistente) intelligenza artificiale è stata esternalizzatain Madagascar, dove «al posto dell’IA, ovvero un robot intelligente che avrebbe raccolto sul web delle infomazioni e restituito un risultato dopo aver eseguito un calcolo matematico, i fondatori della start-up hanno messo in piedi una semplice piattaforma digitale».

In altri termini: un normalissimo software che trasporta dati a persone disposte a fare il lavoro sporco, fingendosi “intelligenze artificiali”.

Una tipica esternalizzazione mascherata da innovazione, molto meno dispendiosa che reali investimenti in algoritmi e tecnologia. 

Non è dato sapere quante start-up si siano in questa condizione, ma è noto che intere regioni dell’Africa, in particolare Uganda e Mozambico, vedano le persone di interi villaggi o quartieri impegnate a cliccare su immagini, a trascrivere stringhe di testo o ad allenare gli stessi algoritmi che, presto o tarti, li sostituiranno. Per ora, la storia dice anche altro: ci sono ancora umani che «rubano il posto ai robot».

Digital labor e piattaforme

Ovviamente il lavoro di Casilli non si limita a questo aneddoto. Ma parte da qui per rovesciare molti schemi, attraverso un discorso critico serio e rigoroso sul digital labor e il tempo presente.

L’originalità della situazione attuale, scrive Casilli, non sta negli effetti distruttivi che l’automazione potrebbe avere sull’occupazione: «le profezie sulla “fine del lavoro” risalgono all’alba della civiltà industriale. Se vogliamo davvero comprendere l’effetto di questa trasformazione sulle attività umane, dobbiamo riconoscere stimare la quantità di lavoro incorporata nell’automazione stessa. Le inquietudini contemporanee sulla scomparsa del lavoro sono un sintomo della vera trasformazione in atto: non la sua scomparsa ma la sua digitalizzazione. Questa dinamica tecnologica e sociale mira alla trasformazione del gesto produttivo umano in micro-operazioni sotto remunerate o non remunerate, al fine di alimentare un’economia dell’informazione basata principalmente sull’estrazione di dati e sull’assegnazione a operatori umani dimensioni produttive costantemente svalutate».

«I sogni dei robot intelligenti si nutrono dei profitti dei nuovi oligopoli», scrive Casilli che con questo libro ci dà uno strumento di critica seria e rigorosa. Senza critica, la retorica sull’automazione (anche quella apocalittica) rischia infatti di nascondere ben altre questioni. Su tutte: il ramificarsi dell’egemonia delle piattaforme, modelli di organizzazione economica il cui core business si intreccia sempre più con le nostre vite.

Note

[1] Per contestualizzare il dibattito in cui si inseriscono le parole di Agnelli, il rinvio va al lavoro di Antimo NegriCiviltà tecnologica: disoccupazione e tempo libero, in ID., I tripodi di Efesto. Civiltà tecnologica e liberazione dell’uomo, SugarCo edizioni, 1986, p. 207.