digital labor

[Podcast] L’automate et le tâcheron (Radio AlterNantesFM, 25 févr. 2021)

Antonio Casilli, sociologue, enseignant-chercheur à Télécom Paris, auteur d’En attendant les robots, enquête sur le travail du clic, essai paru aux éditions du Seuil est l’invité du magazine. Il est intervenu dans le cadre des mardis de l’IEAoLU sur le thème :  « L’automate et le tâcheron. Dépasser la rhétorique de la destinée manifeste de l’intelligence artificielle »…

Une émission de Michel Sourget

[Video] Relazione “Non solo rider” (2 feb. 2021, Collettiva.it, CGIL)

Leggi la presentazione sul sito di Collettiva.it.

Quante e quali forme di sfruttamento digitale esistono, di lavoratori invisibili, disseminati nei cinque continenti, che svolgono attività sommerse, senza diritti e quasi senza retribuzione? Ad aprire la discussione l’iniziativa organizzata dalla Cgil in diretta su Collettiva

Ci sono antiche e nuove forme di sfruttamento di chi lavora per e con le piattaforme digitali. Questi i temi al centro dell’incontro promosso dalla Cgil e realizzato in collaborazione con il Centro per la riforma dello Stato e il Forum disuguaglianze e diversità.

Ho partecipato a questo incontro assieme alla segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti, Cinzia Maiolini, ufficio Lavoro 4.0 Cgil. Ha coordinato Giulio De Petra, Centro per la Riforma dello Stato.

Lavoro delle piattaforme e contrattazione digitale (Umanesimo Digitale, 2 genn. 2021)

Sul blog Umanesimo digitale, Jacopo Franchi (autore del libro sulla moderazione dei contenuti sui social Gli Obsoleti, Agenzia X, 2021) propone una lettura pertinente del mio libro Schiavi del clic (Feltrinelli, 2020).

Gli “schiavi del clic” e il ruolo della contrattazione digitale secondo Antonio Casilli

Più che eliminare il lavoro umano, le nuove macchine digitali sembrano occultarlo: sintesi e riflessione del nuovo saggio di Antonio Casilli “En attendant les robots”, tradotto in Italia con il titolo “Schiavi del clic”.

Valutare la pertinenza dei risultati del motore di ricerca, confrontare tra loro due video di YouTube per decidere quale sia il più divertente, classificare per argomenti i post del fu Google Plus, annotare il contenuto delle app Android: sono questi alcuni degli incarichi commissionati da Google ai lavoratori attivi su “Amazon Mechanical Turk”, altrimenti noti come “Schiavi del clic” secondo l’omonimo saggio di Antonio Casilli pubblicato da Feltrinelli (traduzione dell’originale “En attendant les robots” delle Éditions du Seuil).

Mentre aspettavamo i robot sono arrivati gli “schiavi del clic”

Antonio Casilli, professore del Télécom di Parigi e ricercatore alla Scuola di studi superiori in scienze sociali, si pone in netta controtendenza rispetto alle diffuse profezie sulla fine del lavoro a opera dei robot e delle nuove intelligenze artificiali che hanno dominato larga parte del dibattito politico degli ultimi anni. In questo senso, il titolo originale dell’opera in francese rende molto meglio la realtà del vuoto di strategie e proposte che caratterizza questa interminabile fase di “attesa” dell’avvento dei robot a ogni livello della produzione industriale e dei servizi, mentre i lavoratori sono rimasti privi di tutele e riconoscimenti sociali.

Più che a una scomparsa programmatica del lavoro – scrive infatti Antonio Casilli – assistiamo al suo spostamento e dissimulazione fuori dal campo visivo dei cittadini, ma anche degli analisti e dei politici, abbagliati dallo storytelling delle grandi piattaforme“. Se nemmeno Google può fare a meno dei quality raters per organizzare le pagine di risultati del motore di ricerca, se nemmeno Amazon può fare a meno di migliaia di ascoltatori professionisti per far funzionare l’assistente virtuale Alexa, risulta sempre più difficile credere a qualsiasi nuova promessa (o minaccia?) di piena automazione del lavoro umano.

L’esternalizzazione del lavoro “digitale” non ostensivo
Schiavi del clic, la copertina del libro di Antonio Casilli

Il compito degli “schiavi del clic” è quello di sopperire alle mancanze di una tecnologia troppo superficialmente descritta come automatizzata: in cambio di pochi centesimi ad attività essi valutano, misurano e correggono le scelte compiute dagli algoritmi dei motori di ricerca o dei social media, i consigli di acquisto di presunte intelligenze artificiali, prima che gli errori di queste ultime possano diventare manifesti a clienti, inserzionisti e investitori delle stesse aziende che le hanno progettate e immesse sul mercato.

Dettaglio non trascurabile, gli “schiavi del clic” non sono quasi mai ingaggiati direttamente dalle piattaforme e dalle aziende per cui prestano servizio: al contrario, essi vengono contattati e remunerati attraverso siti esterni, come TaskUs Amazon Mechanical Turk, o attraverso agenzie di lavoro occasionale, con l’intento non dichiarato di minimizzare l’importanza dei lavoratori “manuali” per la sopravvivenza dei più importanti servizi digitali di massa. Non è un caso, infatti, che tra le richieste dei moderatori di contenuti di Facebook – rese note in una lettera pubblica rivolta a Mark Zuckerberg – vi sia quella dell’assunzione diretta in azienda.

Quando il lavoratore e il volontario sono la stessa persona

Il difficile, in questo senso, è riconoscere che il lavoro oggi non si svolge più nei luoghi e nei tempi che negli ultimi secoli lo hanno caratterizzato: prima ancora che si iniziasse a parlare in maniera diffusa di “smart working” per le professioni intellettuali, milioni di “schiavi del clic” erano già operativi da anni nel chiuso delle loro abitazioni private al servizio delle nuove macchine digitali, ubique e insonni. Privi di nome e di volto, essi possono nello stesso giorno guadagnare qualche decina di dollari revisionando le recensioni di altri su Google Maps e pubblicare sulla stessa piattaforma una recensione del tutto gratuita del loro locale preferito.

La distinzione tra lavoratore di un’azienda e contributore volontario di quest’ultima, tra addestratore remunerato di una intelligenza artificiale e cliente che migliora quest’ultima con i suoi “feedback” gratuiti, tra moderatore di contenuti di Facebook professionista e moderatore di un gruppo Facebook volontario non è mai stata così incerta come oggi, per quanto tenacemente negata e occultata. “Il lavoro del cittadino che, per puro divertimento, dedica il suo tempo e i suoi dati alle intelligenze artificiali viene esaltato – scrive Casilli – Al contrario, la laboriosa attività microremunerata che realizza le stesse mansioni viene pudicamente occultata: la sua esistenza vale come monito imbarazzante di una profezia che non si è mai realizzata“.

Ricompensare il lavoro “occulto” rinegoziando i contratti digitali

In questo senso, il libro del professore del Telecom si chiude con una serie di proposte che meritano di essere prese in considerazione: tra queste, l’invito a “rinegoziare” i termini d’uso e di servizio delle piattaforme per iniziare a riconoscere il valore economico del lavoro degli utenti, indipendentemente dal fatto che essi siano volontari o professionisti remunerati un tanto al “clic”. Se oggi, infatti, i termini d’uso e servizio vengono modificati dalle piattaforme in maniera arbitraria e approfittando dell’inerzia degli utenti, in futuro secondo Casilli si dovrebbero “considerare i termini di servizio delle piattaforme come convenzioni collettive tra proprietari [di queste ultime], gruppi di utenti e attori istituzionali, risultanti da assestamenti dialettici successivi“.

La posta in gioco non è, qui, quella di remunerare con qualche euro extra il singolo utente di Facebook che condivide i suoi dati con il social network: l’obiettivo è quello di trasformare i contratti d’uso delle piattaforme come dei veri e propri “contratti” di lavoro con persone che oggi agiscono in maniera gratuita, e un domani potrebbero farlo in maniera remunerata, passando più e più volte nel corso della loro vita da un ruolo all’altro nella catena di produzione della “finta” automazione di massa, da un ruolo all’altro dietro i molteplici schermi che rendono sempre più difficile riconoscere quali siano i lavoratori e quali i partecipanti volontari dei servizi digitali.

Finché questa distinzione tra lavoratori e volontari non diventerà del tutto trasparente, finché le piattaforme continueranno a esternalizzare il lavoro “manuale” e “umano” per minimizzarne l’importanza, finché non sarà possibile distinguere con certezza tra l’esito delle scelte di un algoritmo e l’esito delle scelte di un operatore manuale, è necessario individuare una compensazione da parte delle piattaforme nei confronti della società: un “reddito sociale digitale”, finanziato dalle piattaforme stesse, il quale, come auspicato da Casilli, possa fungere da fonte di introiti continua per quelle persone che sono state illuse e minacciate dalla promessa della piena automazione, e che lavorano gratuitamente o meno affinché questa promessa non possa mai essere smentita.

Recensione “Schiavi del clic” (Sindacato Networkers, 24 dic. 2020)

Il sito del Sindacato Networkers (UILTuCS) ospita una recensione del mio libro Schiavi del clic (Feltrinelli, 2020).

Siamo tutti schiavi del clic?
Siamo tutti schiavi del clic?

Siamo tutti schiavi del clic? Parte da questo assunto “Schiavi del clic”, il libro inchiesta sul nuovo capitalismo delle piattaforme di Antonio Casilli, sociologo, docente all’università Télécom di Parigi e ricercatore associato alla Scuola di studi superiori in scienze sociali.

Pubblicato nel nostro Paese a settembre 2020, il testo ha il pregio di raccontare in maniera chiara e semplice l’evoluzione del lavoro seguendo tre filoni: il microlavoro, il digital labor e il lavoro sociale in rete.

Casilli ha avuto la capacità e la competenza di riprendere le teorie economiche, sociali e giuridiche che nei secoli si sono avvicendate e rileggerle in una chiave quanto mai attuale e precisa.

La tesi principale spiegata dall’autore è la mancanza di una coscienza e di una solidarietà di classe a ostacolare oggi la strutturazione di un orizzonte di lotte intorno al digital labor.

Un fenomeno di quel lavoro spezzettato e datificato che serve ad addestrare i sistemi automatici che è stato reso possibile da due tendenze storiche: l’esternalizzazione del lavoro e la sua parcellizzazione.

Queste due tendenze sono apparse in momenti diversi e si sono sviluppate seguendo cicli disallineati, fino a che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione non le hanno fatte convergere.

Secondo il sociologo italiano trapiantato nella capitale francese, per superare lo sfruttamento attuale bisogna mettere da parte la retorica schiavistica, perché è proprio questa retorica che impedisce di vedere in che misura tutti i lavoratori del clic non sono servi esclusi dal corpo sociale ma, al contrario, costituiscono una collettività in cerca di coscienza e portatrice di una missione storica di emancipazione.

Il libro che – con un ventaglio ricco di esempi e con un’approfondita bibliografia – consente al lettore di avere un quadro complessivo sul fenomeno del lavoro tramite piattaforme digitali che finora difficilmente è stato raggiunto.

Il volume dal titolo “Schiavi del clic” porta avanti tre filoni: microlavoro, digital labor e lavoro sociale in rete

In tal senso, anche aver ripercorso il significato del termine piattaforma nel tempo e sotto vari punti di vista, offre una decisa conferma della volontà dell’autore di andare fino in fondo nello scoprire gli altarini della rivoluzione tecnologica.

La panoramica esaustiva di esperienze lavorative all’ombra dell’intelligenza artificiale fa capire facilmente come le dinamiche di questo fenomeno tecnologico fondino le radici nell’organizzazione del lavoro che da secoli si ripete e che non fa differenza tra Nord e Sud del mondo.

Basta pensare alle “digital farm” o alle “click farm” presenti in India, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Indonesia e Sri Lanka, così come nelle zone svantaggiate del Nord dove le immagini dei media generalisti hanno mostrato appartamenti che ospitavano decine di persone impegnate a cliccare su centinaia di smartphone.

Chiaramente non mancano i riferimenti più comuni alle pratiche lavorative opache dei big tecnologici da Amazon, Facebook, Uber e Google per passare alle esperienze dei fattorini delle consegne a domicilio, e una vasta casistica che sfata il mito della completa automazione dei processi lavorativi svolti finora dall’essere umano.

Casilli, introducendo le battaglie sindacali e quelle nate “dal basso” per garantire diritti e tutele ai lavoratori digitali, chiude il suo libro proponendo alcune soluzioni, anche già in atto nel panorama internazionale: dal cooperativismo di piattaforma alla proposta – anche se radicale – di un reddito sociale digitale.

Tra le proposte, cooperativismo e perfino un reddito sociale digitale

Sempre con quella capacità di analisi che mostra limiti e opportunità in maniera equilibrata.

Questo perché, secondo l’autore, un’altra piattaformizzazione del lavoro è possibile.

Perché, come si può leggere nella postfazione di Dominique Méda, la tesi di Casilli è potente: non soltanto non c’è e non ci sarà nessuna grande sostituzione degli umani da parte dei robot, ma non per questo il futuro sarà più roseo.

Recensione del libro “Schiavi del clic” (Il Tascabile, 9 dic. 2020)

Sul sito Il Tascabile, l’attivista e filosofo Camillo Chiappino recensisce il mio libro “Schiavi del clic”.

Schiavi del clic di Antonio A. Casilli

Diritto alla disconnessione, tele-lavoro, contratti per i lavoratori digitali, operai del click. Questo campo di nozioni comunemente associato a piccole nicchie di ingegneri informatici e programmatori comincia a diffondersi a tutta la società con la crisi aperta dalla pandemia. Che si tratti dell’applicazione dello smartworking a molti settori lavorativi, o della centralità assunta dai lavoratori delle piattaforme afferenti al mondo delle consegne, la “digitalizzazione” delle mansioni umane non riguarda più soltanto il mito-guida dello sviluppo tecnologico dei nostri tempi, e cioè la sostituzione del lavoro umano grazie all’intelligenza artificiale. Il testo di Antonio A. Casilli Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? viene tradotto in italiano allo scoccare di questa nuova consapevolezza, sostenendo una tesi del tutto opposta alle promesse della Silicon Valley: “la piena automazione non si farà”. 

Nel 2006, il fondatore di Amazon Jeff Bezos presenta “Amazon Mechanical Turk”, un progetto che contraddice gli obiettivi e le opportunità che guidano lo sviluppo di sistemi intelligenti autonomi dall’intervento umano. Si tratta di una piattaforma che subappalta a centinaia di migliaia di lavoratori digitali (ad oggi se ne stimano più di 500.000) micro-mansioni digitali che i software intelligenti di altre aziende non sono in grado di processare – traduzioni, annotare video, smistare tweet, abbinare prodotti e immagini etc. Nel suo discorso di presentazione, il mito della sostituzione automatica viene ridimensionato. Non a caso, il titolo di questo intervento è This is basically people-as-a-service. La tesi del libro di Casilli assume in toto questo questa battuta d’arresto:

Siamo agli antipodi delle fantasie robotiche che alimentano l’immaginario degli investitori e dei media: qui vediamo soltanto una miriade di proletari del clic, lavoratori non specializzati che svolgono le mansioni necessarie per selezionare, migliorare, rendere i dati interpretabili. (…) Il lavoro di questi proletari del clic è fondamentale per produrre quella che spesso non è altro che intelligenza artificiale “fatta a mano”.

Casilli decostruisce ogni narrazione che cerchi di mistificare la vera posta in palio dietro le promesse dell’intelligenza artificiale: il trionfo delle piattaforme digitali. Per farlo, utilizza un ampio armamentario analitico, che spazia dalla genealogia dei concetti chiave per comprendere il lavoro digitale – robot, piattaforma, digitale, schiavitù -, all’inchiesta operaia di tradizione marxista per mettere in luce le nuove condizioni di sfruttamento dell’oggi. È così che dimostra una tesi all’apparenza controintuitiva: se siamo disposti ad accettare che “il lavoro non coincide con l’occupazione”, l’introduzione di nuove tecnologie richiede un bisogno sempre maggiore di lavoratori.

L’architrave dell’argomentazione passa per una distinzione molto importante: quella tra lavoro automatizzato e lavoro digitalizzato. L’applicazione delle tecnologie ai processi lavorativi non somiglia alle grandi braccia di metallo della macchina automotrice ottocentesca, ma consiste in “robot logici” – denominati bot – che organizzano dati, informazioni, la domanda da parte di aziende terze e l’offerta, più o meno consapevole, di mansioni da parte di milioni di utenti-lavoratori. L’errore più comune è di “usare quello stesso termine – robot – per parlare tanto di macchine industriali quanto di stringhe di codice informatico che ordinano, classificano, calcolano itinerari, twittano, chattano, fanno acquisti etc.”. La digitalizzazione delle mansioni umane condivide con l’automazione la tendenza taylorista a standardizzare e parcellizzare le azioni affinché interagiscano meglio con gli algoritmi; rivoluzionando tuttavia del tutto il rapporto tra le aziende e lo spazio:

La produzione digitale può essere realizzata ovunque: il luogo fisico in cui si manifesta l’automazione non è prestabilito, né limitato ai confini dell’azienda tradizionale. Ha luogo altrove, ovunque. Anzi: poiché la si può parcellizzare in una miriade di mansioni uniformi, ha luogo in vari ovunque.

L’accesso a prestatori d’opera su scala globale – in particolare chi vive in contesti di forte impoverimento – e la suddivisione in micro-mansioni porta con sé due effetti rilevanti: in primo luogo lavorare per le piattaforme comporta un continuum di attività non remunerate, sottopagate e remunerate in modo flessibile e sottopagato”; e in secondo, l’occultamento dell’attività umana dietro il velo dell’automazione. Eppure la radice semantica dell’espressione “digital labour” è “digitus, il dito che serve a contare ma anche quello che clicca su un tasto”, ricorda Casilli sottolineando la presenza del corpo, milioni di corpi, dietro ogni processo auto-movente.

E il libro di Casilli è a tutti gli effetti un’inchiesta sul lavoro: porta alla luce la quota di lavoro non riconosciuta e non pagata; si interfaccia direttamente con il malessere dell’oggetto di ricerca e le sue rivendicazioni; infine, descrive tendenze non ancora sviluppate a pieno. La parte seconda del libro coniuga questi livelli nell’analisi di tre forme fondamentali di digital labour  (digital labour on-demand, microlavoro, lavoro sociale in rete) evidenziando il ruolo svolto dalle piattaforme nel cambiare il mondo del lavoro nella sua interezza, anche quello non digitale:

La piattaforma non è soltanto un modello di organizzazione dei giganti della web economy, ma un paradigma che ispira un numero sempre crescente di attori. Le aziende private ma anche quelle statali o parastatali hanno iniziato un processo di piattaformizzazione per riprodurre quel modello.

Il digital labour on-demand comprende piattaforme come Deliveroo, Uber e Care.com. I lavoratori svolgono le loro mansioni “sia online che nel mondo esterno” entro spazi circoscritti (città, regione): l’applicazione abbina clienti e lavoratori/trici, ma le prestazioni sono svolte dal vivo. Queste aziende costituiscono un vettore fondamentale di allargamento della digitalizzazione: spostano su piattaforma attività che richiedono grande sforzo fisico e attenzione mentale – guidare, consegnare, accudire anziani – rendendo plausibile l’unione tra lavoro fisico e da remoto. Con l’effetto di “guadagnare molto meno in media rispetto agli omologhi con contratto tradizionale”. Sono queste piattaforme a svelare il paradosso al cuore del modello di intermediazione digitale: nonostante si tratti di “lavoro ostensivo” (visibile), “la vita quotidiana è fatta innanzitutto di mansioni informatiche svolte sullo schermo dello smartphone”. Un conducente di Uber deve decifrare e organizzare “le procedure opache dell’interfaccia”, controllando costantemente l’applicazione per prenotare richieste e contrattare il prezzo delle corse; monitorare la sua e-reputation aggiornando il profilo, gestendo i feedback e le relazioni con i passeggeri con messaggi e chiamate: “non è una questione di popolarità o di astratto capitale sociale (…) Per evitare di essere escluso dal servizio, deve dedicarsi di più alle interazioni con i passeggeri” e agli “aspetti social”. Con questi casi di studio, Casilli ci libera dall’idea che il digital labour sia di natura immateriale: al contrario, la dicotomia tra sforzo fisico e attività della mente va superata identificando “una dicotomia ancora più determinante, quella che oppone un lavoro immediatamente riconoscibile ad attività che, attraverso la mediazione delle piattaforme digitali, diventano tacite, invisibili e fondamentalmente implicite”.

Il microlavoro consiste nell’esecuzione di attività standardizzate e a bassa qualificazione, mentre il lavoro sociale in rete riguarda le attività che si svolgono sui social network. Al netto delle differenze tra i due, piattaforme come Mechanical Turk e Facebook realizzano la tendenza alla delocalizzazione delle mansioni senza limiti geografici e soggettivi: “il lavoro mediato dalle tecnologie (…) richiama paradossi simili a quelli del lavoro domestico [perché] permettono di sfruttare al massimo le logiche di dipendenza che caratterizzano gli ecosistemi umani (…) non all’interno del classico luogo di lavoro”. Si lavora in ogni dove e momento, sia come operaio del clic – correggendo da casa stringhe di codice o traduzioni a pochi centesimi – sia come utente che elabora post, commenti e like nei momenti di svago.

Tutto ciò è da considerarsi lavoro? Casilli non ha dubbi a riguardo. Sono tali perché generano tre forme di valore decisivi per le aziende del digitale: valore di “qualificazione”, ovvero “il lavoro effettuato dagli utenti per designare oggetti, informazioni o altri utenti allo scopo di far funzionare le architetture informatiche”; valore di “monetizzazione”, grazie alla vendita dei dati sul “mercato miliardario del targeting pubblicitario”; il valore di automazione, dove le informazioni degli utenti, le loro capacità di classificazione e supervisione (quante volte abbiamo corretto una traduzione automatica su Facebook?) allenano gli algoritmi: sono le “fonti principali di esempi per parametrare gli algoritmi di apprendimento e misurare la performance”.

In fondo, conclude Casilli, la creazione di sistemi intelligenti del tutto autonomi è logicamente impossibile: “l’intelligenza umana che vorremmo far riprodurre alle macchine non è nè un processo immutabile nè un’entità univoca (…) il simulacro artificiale ha bisogno di aggiornamenti che soltanto gli esseri umani saranno in grado di fornire”. Anzi, ogni tentativo di sostituzione non fa altro che reinventare lo sfruttamento.