digital labor

Recensione del libro “Schiavi del clic” (Il Tascabile, 9 dic. 2020)

Sul sito Il Tascabile, l’attivista e filosofo Camillo Chiappino recensisce il mio libro “Schiavi del clic”.

Schiavi del clic di Antonio A. Casilli

Diritto alla disconnessione, tele-lavoro, contratti per i lavoratori digitali, operai del click. Questo campo di nozioni comunemente associato a piccole nicchie di ingegneri informatici e programmatori comincia a diffondersi a tutta la società con la crisi aperta dalla pandemia. Che si tratti dell’applicazione dello smartworking a molti settori lavorativi, o della centralità assunta dai lavoratori delle piattaforme afferenti al mondo delle consegne, la “digitalizzazione” delle mansioni umane non riguarda più soltanto il mito-guida dello sviluppo tecnologico dei nostri tempi, e cioè la sostituzione del lavoro umano grazie all’intelligenza artificiale. Il testo di Antonio A. Casilli Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? viene tradotto in italiano allo scoccare di questa nuova consapevolezza, sostenendo una tesi del tutto opposta alle promesse della Silicon Valley: “la piena automazione non si farà”. 

Nel 2006, il fondatore di Amazon Jeff Bezos presenta “Amazon Mechanical Turk”, un progetto che contraddice gli obiettivi e le opportunità che guidano lo sviluppo di sistemi intelligenti autonomi dall’intervento umano. Si tratta di una piattaforma che subappalta a centinaia di migliaia di lavoratori digitali (ad oggi se ne stimano più di 500.000) micro-mansioni digitali che i software intelligenti di altre aziende non sono in grado di processare – traduzioni, annotare video, smistare tweet, abbinare prodotti e immagini etc. Nel suo discorso di presentazione, il mito della sostituzione automatica viene ridimensionato. Non a caso, il titolo di questo intervento è This is basically people-as-a-service. La tesi del libro di Casilli assume in toto questo questa battuta d’arresto:

Siamo agli antipodi delle fantasie robotiche che alimentano l’immaginario degli investitori e dei media: qui vediamo soltanto una miriade di proletari del clic, lavoratori non specializzati che svolgono le mansioni necessarie per selezionare, migliorare, rendere i dati interpretabili. (…) Il lavoro di questi proletari del clic è fondamentale per produrre quella che spesso non è altro che intelligenza artificiale “fatta a mano”.

Casilli decostruisce ogni narrazione che cerchi di mistificare la vera posta in palio dietro le promesse dell’intelligenza artificiale: il trionfo delle piattaforme digitali. Per farlo, utilizza un ampio armamentario analitico, che spazia dalla genealogia dei concetti chiave per comprendere il lavoro digitale – robot, piattaforma, digitale, schiavitù -, all’inchiesta operaia di tradizione marxista per mettere in luce le nuove condizioni di sfruttamento dell’oggi. È così che dimostra una tesi all’apparenza controintuitiva: se siamo disposti ad accettare che “il lavoro non coincide con l’occupazione”, l’introduzione di nuove tecnologie richiede un bisogno sempre maggiore di lavoratori.

L’architrave dell’argomentazione passa per una distinzione molto importante: quella tra lavoro automatizzato e lavoro digitalizzato. L’applicazione delle tecnologie ai processi lavorativi non somiglia alle grandi braccia di metallo della macchina automotrice ottocentesca, ma consiste in “robot logici” – denominati bot – che organizzano dati, informazioni, la domanda da parte di aziende terze e l’offerta, più o meno consapevole, di mansioni da parte di milioni di utenti-lavoratori. L’errore più comune è di “usare quello stesso termine – robot – per parlare tanto di macchine industriali quanto di stringhe di codice informatico che ordinano, classificano, calcolano itinerari, twittano, chattano, fanno acquisti etc.”. La digitalizzazione delle mansioni umane condivide con l’automazione la tendenza taylorista a standardizzare e parcellizzare le azioni affinché interagiscano meglio con gli algoritmi; rivoluzionando tuttavia del tutto il rapporto tra le aziende e lo spazio:

La produzione digitale può essere realizzata ovunque: il luogo fisico in cui si manifesta l’automazione non è prestabilito, né limitato ai confini dell’azienda tradizionale. Ha luogo altrove, ovunque. Anzi: poiché la si può parcellizzare in una miriade di mansioni uniformi, ha luogo in vari ovunque.

L’accesso a prestatori d’opera su scala globale – in particolare chi vive in contesti di forte impoverimento – e la suddivisione in micro-mansioni porta con sé due effetti rilevanti: in primo luogo lavorare per le piattaforme comporta un continuum di attività non remunerate, sottopagate e remunerate in modo flessibile e sottopagato”; e in secondo, l’occultamento dell’attività umana dietro il velo dell’automazione. Eppure la radice semantica dell’espressione “digital labour” è “digitus, il dito che serve a contare ma anche quello che clicca su un tasto”, ricorda Casilli sottolineando la presenza del corpo, milioni di corpi, dietro ogni processo auto-movente.

E il libro di Casilli è a tutti gli effetti un’inchiesta sul lavoro: porta alla luce la quota di lavoro non riconosciuta e non pagata; si interfaccia direttamente con il malessere dell’oggetto di ricerca e le sue rivendicazioni; infine, descrive tendenze non ancora sviluppate a pieno. La parte seconda del libro coniuga questi livelli nell’analisi di tre forme fondamentali di digital labour  (digital labour on-demand, microlavoro, lavoro sociale in rete) evidenziando il ruolo svolto dalle piattaforme nel cambiare il mondo del lavoro nella sua interezza, anche quello non digitale:

La piattaforma non è soltanto un modello di organizzazione dei giganti della web economy, ma un paradigma che ispira un numero sempre crescente di attori. Le aziende private ma anche quelle statali o parastatali hanno iniziato un processo di piattaformizzazione per riprodurre quel modello.

Il digital labour on-demand comprende piattaforme come Deliveroo, Uber e Care.com. I lavoratori svolgono le loro mansioni “sia online che nel mondo esterno” entro spazi circoscritti (città, regione): l’applicazione abbina clienti e lavoratori/trici, ma le prestazioni sono svolte dal vivo. Queste aziende costituiscono un vettore fondamentale di allargamento della digitalizzazione: spostano su piattaforma attività che richiedono grande sforzo fisico e attenzione mentale – guidare, consegnare, accudire anziani – rendendo plausibile l’unione tra lavoro fisico e da remoto. Con l’effetto di “guadagnare molto meno in media rispetto agli omologhi con contratto tradizionale”. Sono queste piattaforme a svelare il paradosso al cuore del modello di intermediazione digitale: nonostante si tratti di “lavoro ostensivo” (visibile), “la vita quotidiana è fatta innanzitutto di mansioni informatiche svolte sullo schermo dello smartphone”. Un conducente di Uber deve decifrare e organizzare “le procedure opache dell’interfaccia”, controllando costantemente l’applicazione per prenotare richieste e contrattare il prezzo delle corse; monitorare la sua e-reputation aggiornando il profilo, gestendo i feedback e le relazioni con i passeggeri con messaggi e chiamate: “non è una questione di popolarità o di astratto capitale sociale (…) Per evitare di essere escluso dal servizio, deve dedicarsi di più alle interazioni con i passeggeri” e agli “aspetti social”. Con questi casi di studio, Casilli ci libera dall’idea che il digital labour sia di natura immateriale: al contrario, la dicotomia tra sforzo fisico e attività della mente va superata identificando “una dicotomia ancora più determinante, quella che oppone un lavoro immediatamente riconoscibile ad attività che, attraverso la mediazione delle piattaforme digitali, diventano tacite, invisibili e fondamentalmente implicite”.

Il microlavoro consiste nell’esecuzione di attività standardizzate e a bassa qualificazione, mentre il lavoro sociale in rete riguarda le attività che si svolgono sui social network. Al netto delle differenze tra i due, piattaforme come Mechanical Turk e Facebook realizzano la tendenza alla delocalizzazione delle mansioni senza limiti geografici e soggettivi: “il lavoro mediato dalle tecnologie (…) richiama paradossi simili a quelli del lavoro domestico [perché] permettono di sfruttare al massimo le logiche di dipendenza che caratterizzano gli ecosistemi umani (…) non all’interno del classico luogo di lavoro”. Si lavora in ogni dove e momento, sia come operaio del clic – correggendo da casa stringhe di codice o traduzioni a pochi centesimi – sia come utente che elabora post, commenti e like nei momenti di svago.

Tutto ciò è da considerarsi lavoro? Casilli non ha dubbi a riguardo. Sono tali perché generano tre forme di valore decisivi per le aziende del digitale: valore di “qualificazione”, ovvero “il lavoro effettuato dagli utenti per designare oggetti, informazioni o altri utenti allo scopo di far funzionare le architetture informatiche”; valore di “monetizzazione”, grazie alla vendita dei dati sul “mercato miliardario del targeting pubblicitario”; il valore di automazione, dove le informazioni degli utenti, le loro capacità di classificazione e supervisione (quante volte abbiamo corretto una traduzione automatica su Facebook?) allenano gli algoritmi: sono le “fonti principali di esempi per parametrare gli algoritmi di apprendimento e misurare la performance”.

In fondo, conclude Casilli, la creazione di sistemi intelligenti del tutto autonomi è logicamente impossibile: “l’intelligenza umana che vorremmo far riprodurre alle macchine non è nè un processo immutabile nè un’entità univoca (…) il simulacro artificiale ha bisogno di aggiornamenti che soltanto gli esseri umani saranno in grado di fornire”. Anzi, ogni tentativo di sostituzione non fa altro che reinventare lo sfruttamento.

[Video] Presentazione del libro “Schiavi del clic” al Nexa Center for Internet & Society (Politecnico di Torino, 23 ott. 2020)

Clicca qui per la presentazione dell’evento.

“Schiavi del clic” (Feltrinelli 2020), traduzione italiana di “En attendant les robots” (Seuil 2019, Premio Écrit Social e Gran Premio Protection Sociale 2019), presenta una critica della profezia distopica della “fine del lavoro” nel contesto del trionfo dell’intelligenza artificiale. L’automazione attuale è basata su masse enormi di dati, dati prodotti da esseri umani. Non si tratta di ingegneri né di data scientists, ma di lavoratori precari e invisibili che costituiscono l’esercito industriale di riserva delle piattaforme digitali. 

In alcuni casi, questi “operai del clic” non sono remunerati, come gli utenti dei social. In altri, si tratta di cottimisti pagati qualche centesimo, come i micro-lavoratori e i click-farmersnei paesi del Sud globale. In altri casi ancora, sono i precari dell’economia dei lavoretti: dietro la facciata dei servizi di trasporto e di consegna, il lavoro degli autisti di Uber o dei ciclo-fattorini di Glovo consiste principalmente nel produrre dati che “addestrano” algoritmi o migliorano veicoli a guida autonoma. 

Per produrre le soluzioni di machine learning servono milioni di lavoratori che preparano i dati, verificano i risultati, e a volte impersonano le intelligenze artificiali stesse, secondo la celebre promessa di produrre della artificial intelligence fatta da Jeff Bezos in occasione del lancio del servizio Amazon Mechanical Turk.

Basandosi su anni di studi della sua equipe all’Institut Polytechnique de Paris e di suoi colleghi membri dell’International Network on Digital Labor, l’autore mostra con ricchezza di esempi, come l’automazione non sia un destino ineluttabile, ma una scelta ideologica che serve per disciplinare una forza lavoro globale sempre più imponente—e in cerca di riconoscimento.

Biografia:

Antonio A. CASILLI è professore ordinario di sociologia alla Telecom Paris, scuola di ingegneria delle telecomunicazioni dell’Institut Polytechnique de Paris. Dal 2007 coordina il seminario “Studiare le culture digitali” all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS). È fra i fondatori dell’INDL (International Network on Digital Labor). Fra i suoi libri, tradotti in diverse lingue: Schiavi del clic (Feltrinelli, 2020); Trabajo, conocimiento y vigilancia (Editorial del Estado, 2018); Against the hypothesis of the end of privacy (con P. Tubaro e Y. Sarabi, Springer, 2014); Les Liaisons numériques (Editions du Seuil, 2010).

Lettura consigliata:

  • Antonio A. Casilli, Schiavi del clic. Perchè lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, Milano, 2020.

Ne Il Sole 24 Ore (11 ott. 2020)

Nel quotidiano Il Sole 24 Ore (rubrica Nòva), un editoriale di Luca De Biase presenta il mio libro Schiavi del Clic e lo situa all’interno del dibattito sull’evoluzione della natura del lavoro, secondo gli standard proposti dall’ILO.

Il lavoro cambia e il lavoro digitale ancora di più

In anni di studi e discussioni, l’International Labour Organization (Ilo) ha innovato radicalmente il concetto di “lavoro”. E poiché l’Ilo contribuisce significativamente alle definizioni standard per le statistiche sul lavoro, le sue indicazioni hanno un importantissimo valore intellettuale ma anche organizzativo e politico. Ebbene, il lavoro non è più soltanto l’insieme delle attività per le quali si riceve un pagamento. E non è neppure il sonno e ciò che fisiologicamente si fa per il proprio corpo. In pratica, è lavoro ciò che produce beni, servizi e valore per sé e per gli altri, comprese le attività svolte per la famiglia, lo studio, il volontariato e ogni servizio dedicato alla convivenza civile. Il concetto di lavoro si innova nel quadro della trasformazione dell’idea di economia che, ormai, non si concentra più solo su ciò che si scambia sul mercato e ha un prezzo, ma accoglie tutto ciò che ha un valore. L’esperienza degli economisti della felicità, compreso il premio Nobel Daniel Kahneman, non è passata invano. Il valore sociale, culturale, ambientale delle azioni che gli umani svolgono senza un pagamento e senza che quel valore abbia un prezzo, influenza la storia in modo spesso più profondo di quanto succede con molti scambi monetari.

Certo, tutto questo non è ancora entrato nel senso comune. La forza ideologica dell’economia otto-novecentesca è ancora potente. Una dimostrazione del ritardo del senso comune sulla realtà economica si trova nell’interpretazione di alcuni comportamenti che si sviluppano sulle piattaforme digitali. Uno dei punti centrali del contributo di Antonio Casilli all’analisi del lavoro è proprio la sua convincente critica della gratuità delle attività che le persone svolgono su molti social network. Sociologo, ricercatore alla parigina École des hautes études en sciences sociales, Casilli è autore di “Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?” (Feltrinelli 2020). In base alla definizione dell’Ilo, quello che gli “utenti” fanno sui social network è ovviamente lavoro non pagato, che genera ricchezza per le piattaforme. Casilli mostra come quel lavoro sia tutt’altro che volontario e descrive con attenzione l’ambiguità, se non la banalità, delle interpretazioni che lo presentano come un tipo di lavoro che le persone svolgono liberamente. In effetti, le costrizioni sociali e le ideologie dominanti hanno un’influenza decisiva nelle scelte delle persone: queste possono anche ritenere conveniente la loro dedizione gratuita ai social network in cambio di un servizio solo apparentemente gratuito e, invece, pagato con l’attenzione rivolta alla pubblicità. Nell’ampiezza dell’argomentazione di Casilli occorre qui sottolineare il conseguente rovesciamento del rapporto tra macchine e umani. Non sono le macchine che lavorano al servizio – e talvolta al posto – degli umani, in questo caso: sono gli umani che lavorano al servizio – e talvolta al posto – delle macchine che generano fatturato per i giganti dei media sociali. La conflittualità emergente tra gli stati e le grandi compagnie che possiedono le piattaforme sulle quali si svolgono questi fenomeni è probabilmente soltanto il preludio di una conflittualità più profonda, sul valore del lavoro offerto dagli utenti. La soluzione non è in vista. Ma il problema sì.

Articolo pubblicato su Nòva l’11 ottobre 2020

[Video] “La coscienza di classe degli operai digitali”: intervista per Wired Italia

In occasione dell’uscita per i tipi della Feltrinelli di Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, traduzione del mio libro En attendant les robots (Éditions du Seuil, 2019), ho fatto due chiacchiere con il giornalista e ricercatore Philip Di Salvo nel contesto del Wired Next Fest 2020. Abbiamo parlato di digital labor, di automazione e di coscienza di classe.

Le fabbriche di clic, quelle strutture in cui veri e propri operai digitali generano dati per addestrare gli algoritmi, rischiano di riproporre i medesimi meccanismi del capitalismo dell’era analogica. È possibile costruire uno scenario diverso per il lavoro del futuro? In occasione dell’uscita del libro Schiavi del clic (Feltrinelli, 2020), ne parliamo con l’autore.

[Update Gennaio 2021] Arriva in libreria ‘Schiavi del clic’ (Feltrinelli), traduzione italiana del mio ‘En attendant les robots’!

UPDATE GENNAIO 2021 : Schiavi del clic è stato selezionato nella cinquina dei finalisti del Premio Galileo per la divulgazione scientifica.

Il 17 settembre 2020 arriva nelle librerie italiane Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? traduzione del mio pluripremiato En attendant les robots, uscito in Francia nel 2019. È la Feltrinelli Editore che ha curato questa bella iniziativa, e per la traduzione ha fatto appello alla penna del saggista Raffaele Alberto Ventura.

Descrizione

C’è un’opinione diffusa sulla rivoluzione tecnologica ed è che l’intelligenza artificiale sostituirà gli uomini, cancellando il lavoro come lo conosciamo. Questa idea è del tutto infondata. L’intelligenza artificiale non renderà superfluo il lavoro. Al contrario: gli operai del clic sono il cuore dell’automazione.  Con un’inchiesta sul nuovo capitalismo delle piattaforme digitali, Antonio Casilli dimostra che, in realtà, l’intelligenza artificiale ha sempre più bisogno di forza lavoro, che viene reclutata in Asia, in Africa e in America Latina. Gli operai del clic leggono e filtrano commenti sulle piattaforme digitali, classificano l’informazione e aiutano gli algoritmi ad apprendere.  Quella in corso è una rivoluzione profonda e ci riguarda da vicino, perché trasforma il lavoro in un gesto semplice, frammentario e pagato sempre meno o addirittura nulla, quando a compierlo sono addirittura i consumatori. Quante volte al supermercato abbiamo scelto le casse automatiche per evitare la fila? Così, con una velocità esponenziale, l’accumulazione gigantesca dei dati alla quale tutti partecipiamo si converte in una forma di lavoro non retribuito, di cui spesso siamo inconsapevoli. È un nuovo taylorismo, nel quale le piattaforme digitali come Amazon, Facebook, Uber e Google sono i principali attori capaci di sfruttare i propri utenti inducendo gesti produttivi non remunerati. Stiamo creando una tecnologia che ha bisogno di lavoro umano e ne avrà bisogno sempre di più. Un lavoro non sarà mai sostituito da un’automazione. Perciò le lotte per il riconoscimento di questo lavoro sono legittime e soprattutto necessarie.

Quarta di copertina

Le profezie sulla “fine del lavoro” risalgono all’alba della civiltà industriale. Anche oggi c’è un’opinione diffusa sulla rivoluzione tecnologica, ed è che l’intelligenza artificiale sostituirà gli uomini, cancellando il lavoro come lo conosciamo. Un’idea del tutto infondata. Le nostre inquietudini sono un sintomo della vera trasformazione in atto: non una scomparsa del lavoro, ma la sua digitalizzazione. Con un’inchiesta sul nuovo capitalismo delle piattaforme, Antonio Casilli getta luce sulla manodopera dell’economia contemporanea: centinaia di migliaia di schiavi del clic vengono reclutati in Asia, in Africa e in America Latina per leggere e filtrare commenti, classificare le informazioni e aiutare gli algoritmi ad apprendere. È una rivoluzione che ci riguarda da vicino, molto più di quanto vorremmo vedere, perché trasfigura il lavoro in un gesto semplice, frammentario e pagato sempre meno o perfino nulla, quando a compierlo sono addirittura i consumatori. Casilli esplora le strategie e le regole del nuovo taylorismo, nel quale Amazon, Facebook, Uber e Google sono gli attori principali grazie alla capacità di sfruttare i propri utenti inducendo gesti produttivi non remunerati. Servono tutti gli strumenti della sociologia e della scienza politica, del diritto e dell’informatica per smascherare le logiche economiche della società plasmata dalle piattaforme digitali. Per la prima volta, con questo libro riusciamo a immaginarne il superamento: la posta in gioco della nostra epoca è la lotta per il riconoscimento del lavoro di chi fa funzionare le macchine senza diritti e, spesso, senza consapevolezza. Siamo tutti lavoratori digitali e abbiamo bisogno di una nuova coscienza di classe. L’intelligenza artificiale è fatta da milioni di persone senza diritti. Lavoratori invisibili e consumatori inconsapevoli. Siamo tutti schiavi del clic.   Ecco come possiamo smascherare lo sfruttamento che il nuovo capitalismo tiene nascosto.